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Alicante :: I mille lavoratori.

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ALICANTE :: 22/11/2008 :: Passeggio. Una comitiva di amici, tutti verso un locale della zona, o, come il più delle volte, tutti diretti verso una discoteca che, anche questa sera, ci farà saltare, ci farà divertire, ci farà trascorrere il tempo accrescendo, ancora una volta,  quella velata nostalgia di questi luoghi e di queste esperienze. Può sembrar strano, ma la malinconia già comincia a farsi sentire, ancor prima di avere totalmente alle spalle tutto questo. Passeggio dunque.

Luci e strade, sempre le stesse, sempre diverse. Questa sera è diversa da ieri, nuove facce, nuovi incontri, e chissà, nuove amicizie, belle, brutte, sincere o costruite. Poco importa, il tempo saprà essere un ottimo consigliere quando le scelte dovranno essere fatte, oppure no. Mha! Vedremo. Continuo a passeggiare e sento voci, esclamazioni, parole, ops! Sono italiane. Solito stupore “anche voi italiani?” “sì”, e ci si comincia a raccontare, si ride, si invitano i nuovi conoscenti a fare gruppo ed il minuscolo gruppetto che accompagna la mia passeggiata diventa nutrito, si allarga, diventa sempre più italiano. Caso strano. In Spagna? Bè, non c’è da stupirsi! Qui gli studenti sono, in buona percentuale, italiani. Di tutte le facoltà, di tutte le parti d’Italia. C’è anche un calabrese, di Crotone, quasi quasi decidiamo di parlare in dialetto, così, per sentirsi un po’ a casa, per non far passare inosservato che una piccolissima delegazione calabrese esiste anche ad Alicante. Poche battute. Siamo già emarginati poiché in pochi ci capiscono. Altri sorrisi, è tutto così simpatico, così spensierato che a chiunque piacerebbe imbattersi in due calabresi che dialogano in dialetto, mentre gli “hola” o gli “hasta luego” sono molto più numerosi. Perché? Come perché…perché siamo in Spagna. Sì, lo so, sembra banale, quasi stupido ripetere dove avviene tutto questo, sembra scontato continuare a dire che siamo nella penisola iberica, la terra della corrida e del flamenco, del fandango e della paella. Ma, fidatevi, non è così comune crederlo. In un bar su tre, a servirti, c’è sicuramente un italiano. Lo senti il suo accento che non calca perfettamente le “c” intrappolando la lingua fra i denti. In un ristorante su cinque idem. Per non parlare dei dj che, con scioltezza, senza dare troppo nell’occhio, tra un disco ed un altro, si lasciano scappare tra le mani “l’ombelico del mondo” di Jovanotti. È inutile, se sei italiano te ne accorgi subito, quel ragazzo che miscela dischi dietro una consolle è della tua stessa nazione. Chiedo ad uno spagnolo perché accade questo. La sua risposta immediata è un “no lo se” e poi prova a darsi anche lui una spiegazione, commentando che, forse, tutto ciò accade perché qui è molto più facile trovare lavoro e, soprattutto, la vita non è così cara come in Italia. Ottima giustificazione, ma non lo vedo convinto, per cui, la mia curiosità (sempre passeggiando) aumenta. Schiamazzi, gonne corte e bande di ragazze che si abbracciano. Schiamazzi, pantaloni e bande di ragazzi con la birra in mano. Questa è una serata come le altre, certo, ma non solo per me e per loro, ma anche per Mirko e Stefano. Chi sono? Sono, guarda caso, due italiani, ventitrè e ventidue anni. Uno, guarda un po’, è un dj, l’altro, neanche a farlo apposta (!!!), era un barista. Ora distribuisce bigliettini che danno diritto ad una consumazione gratis, nello stesso locale dove Mirko si diverte a far ballare la gente. Per una serie di circostanze, li ho conosciuti e, a mano a mano, anche loro hanno farcito il gruppetto che (come sempre) accompagna le mie uscite notturne. Ovviamente sono vincolati dall’orario di lavoro, ma la notte è giovane, per cui ci ritroviamo quasi sempre quando loro staccano. Sono qui da un po’ di mesi, Mirko soprattutto, quasi più d’un anno. Studiano e poi tornano in Italia a dare gli esami. Penso che potrebbero essere loro a placare la mia curiosità sul fenomeno immigrazione italiana per i posti di lavoro. C’ho azzeccato. Mi danno delle risposte, perché anche loro due si ponevano la stessa domanda e sono cascati, o forse sono voluti cascare, nel vortice dei mille lavoratori italiani che ricevono uno stipendio da un’azienda, o un commerciante, o chicchessia spagnolo. Lo stile di vita. Questa, per entrambi, è stata la folgorazione che li ha spinti a dire “facciamoci un pensierino”. Divertimento, interessi e lavoro, facilmente conciliabili. Lo stipendio basta per mantenersi da soli, il lavoro basta per appagare la loro voglia di vivere da ventenne. Proporzionando il tutto, anche un trentenne o quarantenne, non trova difficoltà a mantenere una famiglia o, perlomeno, molto meno di quanto potrebbe averla un trentenne o quarantenne italiano. E poi i progetti. Chiunque ha dei progetti: anche loro. Dicono che in Spagna sia più semplice, o meglio, dicono che se ti dai da fare gli ostacoli ci sono, ma non sono mai invalicabili, anzi, riesci a vedere la formazione di questi lavorandoci su. In Italia, a detta di entrambi, non è così semplice. Una pizza, un panino, un’informazione all’università, persino una birra in un pub irlandese: sicuramente si incontrerà un italiano. Passeggio. Siamo quasi arrivati a destinazione. “Prova ad immaginare la nostra piccola esperienza e ingrandiscila. Uno spagnolo sa che se vuole può e nessuno glielo impedirà”. Questo dicono Mirko e Stefano. Ho i miei dubbi, ma forse perché sono italiano. Alla prossima! 

Maurizio Malomo

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