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Alicante :: Nei luoghi dell'oblio.

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ALICANTE (Spagna) :: 27/03/2009 :: Quella del giornalismo è una missione, l’informazione scorre attraverso il suo essere, la sua cognizione delle cose, la sua persona, le sue parole. Questa premessa è importante per presentare quello che invito a leggere. È una lettera, una semplice lettera proveniente dal Congo. Una ragazza come tante altre, evidentemente mossa dalla passione dello scrivere, reputa opportuno rileggere e far leggere le storie della sua quotidianità in quei posti così lontani, ma così vicini al più puro senso di umanità che un uomo possa avere. Lo fa attraverso un diario. Non voglio aggiungere altro, se non inoltrare ciò che mi è arrivato nella mia casella e-mail. Sono parole, sì, ma ogni singola lettera ha una storia e, cosa ancor più dolorosa, dietro ogni storia c’è una persona, in questo caso una donna.

“8 marzo, tra festeggiamenti e pensieri durissimi. Quando questo diario verrà pubblicato sul sito, la giornata internazionale della donna sarà passatada un pezzo, ma questa è una storia che deve essere raccontata. Tutto è iniziato il lunedì prima della festa della donna, ed è iniziato in modo allegro, leggero: una delle maman che lavora qui in Caritas ci è venuta a chiamare, per mostrarci, con aria complice e soddisfatta, la stoffa che ogni donna della Caritas avrebbe indossato l’8 marzo. Qui la festa è organizzata così: ogni ufficio, o associazione, sceglie una stoffa con cui fare i vestiti per tutte le donne, da indossare poi per la grande manifestazione dell’8. La cosa ci ha molto divertito, anche se la stoffa era davvero brutta, fucsia verdina e marrone (ho avuto poi il piacere di scoprire che ce ne sono in giro di MOLTO più brutte!): siamo state dalla sarta, che ci ha fatto scegliere i modelli e ci ha preso le misure. È stato bello sentirsi pienamente integrate in ufficio, dopo meno di due mesi già ci fanno vestire come loro per partecipare insieme alla manifestazione. Per tutta la settimana le signore dell’ufficio sono state ben eccitate dalla festa, parlandoci del programma, mostrandoci gli striscioni, chiedendoci se il vestito ci piaceva…Domenica 8 ci siamo ritrovate alle 9 alla rotonda più grande, con una gran folla di altre donne, tutte vestite per gruppi con lo stessa stoffa. Sotto un caldissimo sole equatoriale ci siamo messe bene in ordine, con lo striscione, in corteo con tutte le altre. Sul nostro striscione c’era scritto: “stop au viol” (basta con gli stupri), e “HIV, insieme ti vinceremo”. Capite bene che l’allegria della festa, dello stare insieme, era bilanciata dalla consapevolezza che eravamo lì per dei motivi ben più seri. Il tema internazionale della giornata era infatti “uomini e donne uniti contro le violenze contro le donne”, e quello scelto per il Congo “rafforzare la leadership delle donne nella lotta contro l’AIDS/HIV”. Il corteo è iniziato verso le 10, siamo passate nelle strade fangose, sporche e piene di buche di Goma cantando e ballando, tra folle di curiosi. Tenere quello striscione è stato motivo di grande orgoglio per me. La marcia si è conclusa allo stadio comunale, dove la grande folla colorata e allegra ha ascoltato i discorsi delle autorità (c’erano il presidente della Provincia, i rappresentati di tutte le più importanti strutture politiche ed amministrative, tutti lì per la giornata della donna), poi ancora canti, balli, foto, la sfilata finale di ciascuna associazione. Alla fine siamo state anche al pranzo che la Caritas ci ha offerto. Un bella festa, insomma. Il problema è che quelle parole, “stop au viol” e “HIV, insieme ti vinceremo”, mi si sono piantate in testa, ben accompagnate dai discorsi, sia allo stadio che dopo il pranzo, che hanno reso testimonianza di come sia dura e terribile la vita di molte donne, vittime di violenza e discriminazione, senza appoggi e prospettive. Ciò che veniva ripetuto è quanto sia importante che uomini e donne, ciascuno nel suo ruolo e secondo la propria vocazione, camminino insieme per combattere le ingiustizie e le terribile sofferenze che subiscono molte donne e ragazze. Mi chiedo se in Italia ci sia tanta consapevolezza, se le città si fermino per lasciare spazio a chi di solito fa più fatica degli altri, a chi subisce la sopraffazione … La cosa più “dura” è successa però il martedì. Sempre con il nostro bel vestito congolese, siamo andate a fare un incontro in una parrocchia. Abbiamo accompagnato 2 signore che lavorano in Caritas, responsabili dell’ufficio di lotta alle violenze sessuali. Abbiamo incontrato, nella parrocchia, un gruppo di circa 25 ragazze che erano state violentate, e dallo stupro avevano avuto un figlio. L’impegno della Caritas con queste ragazze è un sostegno psicologico ma anche sociale ed economico, affinché dal posto profondissimo in cui sono state gettate si risollevino, almeno un po’, e trovino la forza di tenere il loro bambino e di continuare a vivere. È stato davvero “forte”, per me, questo incontro. Ci hanno accolto cantando e ballando, erano serene, o almeno lo sembravano, e guardavano i loro bambini con amore, con tenerezza, anche se erano il frutto dalla peggior cosa della loro vita. Ciò che mi è rimasto più impresso è che le ragazze ci hanno proposto una scenetta, che rappresentava due militari che violentavano una ragazza, e questa che poi veniva accolta da operatori Caritas, che le davano una mano e la portavano in ospedale. Pensavo che sarebbe stato scioccante, per le ragazze violentate, rivivere quelle scene. E invece ridevano anche, in alcuni momenti, per l’idiozia dei militari. La ragazza che aveva recitato nella scenetta alla fine si é presentata, e ha detto che per lo stupro oltre al figlio, un bimbo bellissimo di 4 anni, aveva contratto l’HIV, ma che avrebbe preso le medicine e sarebbe stata bene il più a lungo possibile.Poi abbiamo ancora ballato e cantato, abbiamo mangiato insieme pane e bibite gassate, sempre consemplicità, con i bambini che ci giocavano tra i piedi, alcuni di pochi mesi. A me veniva solo da piangere. Ammiro fortemente queste giovani donne, la loro forza è immensa. In Nord Kivu, come in molte altre zone di conflitto, lo stupro è utilizzato come vera e propria arma di guerra, e per i colpevoli è frequentissima l’assoluta impunità. Succede nei campi sfollati, quando le ragazze si allontanano dai villaggi per cercare acqua o legna, ma anche quando tornano da scuola. A volte perfino a scuola. Sono gli insegnanti, i soldati, i poliziotti, qualsiasi maschio che voglia dimostrare il suo stupido potere, che spezza in due questi fiori. E si sa, un fiore spezzato è irreparabile.Non so trovare parole per esprimere quello che sento. Paura, schifo, ma anche grande gioia nelvedere che queste ragazze alla fine ce la fanno, amano il loro bambino, forse proprio dal figliotrovano la forza per risollevarsi. Ecco, in queste ragazze, e negli operatori che le accompagnano, hovisto il volto di Gesù. Daniela”. A me non interessa tanto che si creda o meno in Gesù, non mi interessa cosa o chi si possa vedere nelle ragazze o negli operatori di cui parla Daniela, non mi interessa niente se non che si sappia che, ancora oggi, paradossalmente, si parla di alcuni luoghi che, come si suole dire, “sono dimenticati da Dio”. Per quelle donne la vita è una rassegnazione ad un atto schifosamente codardo. Ringrazio Daniela (che tra l’altro non conosco personalmente) e tutti coloro i quali offrono, con il loro corpo, il loro impegno, il loro tempo, la possibilità di sapere che in alcuni posti del mondo, in quei posti, al peggio c’è fine…con la perdita di dignità e con la perdita della vita. Il problema è che, come tra l’altro scrive anche Daniela, questa fine è all’ordine del giorno. 
 
Maurizio Malomo

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