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Alicante :: Spagna :: Metologie a Confronto.

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ALICANTE :: 10/10/2008 :: Secondo quello che si vocifera nelle università italiane, e negli uffici erasmus di queste, soprattutto nei periodi in cui viene pubblicato il bando per destinare le città ai partecipanti, come meta ambita, e per il clima delle coste abbastanza caldo e per la perfetta coincidenza tra divertimento e leggerezza negli studi rispetto all’Italia, la Spagna ne esce sempre vincitrice; o meglio, il/la candidato/a che ottiene la borsa in questa nazione ne esce fortunatamente vincitore/trice.

Perché? Bene. Io non voglio sfatare questo mito, poiché ci credo anch’io e non faccio altro che confermarlo: per la mia esperienza spagnola da poco iniziata, più che chiaro e trasparente è il fatto che sia davvero molto percepibile la differenza di studio tra la nostra nazione e la Spagna, poiché risulta palesemente ed immediatamente osservabile la diversità di criteri sia nella didattica, che nella organizzazione universitaria, piuttosto che nel rapporto docenti-studenti, come anche nel metodo d’apprendimento. Tutto è diverso e sicuramente, un italiano, potrà cogliere istantaneamente queste discrepanze con il nostro sistema universitario. L’abitudine, per quel che mi riguarda (ma credo di poter dire “per quel che CI riguarda”), di vedere professori ormai non più giovanissimi, che danno inizio alle loro lezioni, senza entusiasmo o senza alcun tipo di vero interesse a voler educare ed accompagnare giovani cervelli verso una scienza, ma imbracciando, magari, il proprio manuale munito di prezzo non indifferente sulla quarta di copertina (quindi, automaticamente, obbligatorio per gli studenti che vorranno avere il piacere di sostenere l’esame), ovviamente fa sembrare tutto il resto strano, anomalo, potrei dire anti-educativo. Così non è, o così non dovrebbe essere. Questi atteggiamenti, queste usanze, questi cicli oramai da tempo affermati e radicati nella maggior parte degli atenei italiani, sanno di vecchio, di goffo, oserei dire che peccano anche di immodestia ed incoerenza. L’università, per eccellenza, è un mondo, un universum, appunto, in cui si riversano tutte le scienze sociali, economiche, giuridiche e chi più ne ha più ne metta, che popolano ed eleggono le scelte maggiormente ambiziose e migliorative (a volte, purtroppo, anche peggiorative) del sistema di vita quotidiano e, principalmente, sociale. A sua volta chi vive e frequenta l’università, altro non è, o dovrebbe essere, che,  da una parte, un modesto esploratore, indagatore, studioso (da cui la parola “studente”, cioè colui che impiega il proprio tempo nella conoscenza) che muove i primi passi verso un proposito socialmente rilevante; dall’altra, un iniziatore, creatore, profeta (da cui, nella mia interpretazione, deriva la parola “professore”) che indirizza, carico della sua esperienza nel settore, i suoi iniziati verso quell’obiettivo che, in parte, condivide con gli studenti che occupano la sua classe. In questi termini, me ne rendo conto, il discorso potrebbe risultare contorto ed alquanto utopistico, tant’è che lo credevo tale fino a quando non ho avuto la fortuna di confrontare il mio sistema accademico, con quello di un paese che viene tacciato di leggerezza ed approssimazione nella didattica universitaria. Innanzitutto, in Spagna, sempre da ciò che i miei occhi hanno potuto vedere, quasi tutti (se non tutti) i docenti non superano i cinquant’anni d’età. Ciò vuol dire, prima di tutto, ricambio omogeneo di metodologie, si presume sempre più aggiornate e mai prive di nuove conoscenze della materia che vanno ad insegnare a generazioni che, in un modo o nell’altro, necessitano di nozioni sempre più inerenti alle problematiche della realtà, quindi, in continua evoluzione, dunque, in continuo cambiamento: chi meglio di un giovane, ovviamente esperto, potrebbe aiutarli nella loro avventura. In secondo luogo, non esistono manuali, se non sulla cattedra del professore, il quale, insieme agli studenti, affronta i temi da quello trattati, approfondendo ogni singolo concetto teorico per poi spiattellarlo (perdonatemi il termine poco elegante) sotto gli occhi degli studenti, in veste di problema pratico da risolvere, formando e plasmando, così, una metodologia di interpretazione che, sicuramente, risulterà più utile nella carriera lavorativa. Ovviamente gli appunti presi a lezione saranno come un testo sacro per la preparazione dell’esame finale. In terzo ed ultimo luogo, in questo veloce, ma non insufficiente, raffronto tra due metodi di insegnamento ed apprendimento universitario, la cosa che mi ha sorpreso di più è stato il rapporto docente-studente. Qui, a volte, è anche possibile che si sentano discorsi degli allievi che vengono rivolti verso il professore utilizzando la seconda persona singolare. Bene, questo credo che altro non sia che una derivazione culturale, che, come in Inghilterra, non da molta importanza alle formalità della lingua quando ci si rivolge ad un connazionale: in questo caso preferisco il “lei” italiano nei confronti del mio docente. Quello che più interessa è la partecipazione e da un verso e dall’altro verso un fine comune, ovvero insegnare con toni il più possibile sereni e colloquiali (da parte dei professori), e apprendere nel massimo della religiosità e attenzione (da parte degli studenti). Ciò fa scaturire, come dicevo, la creazione di un sentiero che porta in maniera unanime verso finalità che potrebbero sembrare coincidenti, ma che di fatto, evidentemente, non sono. Bene. Questo breve confronto spero che possa accrescere, per quello che gli è possibile, le speranze ad un cambiamento o miglioramento del nostro sistema universitario, il quale pecca di una certa pigrizia nello stare al passo coi tempi. A proposito di tempi, solo una piccola parentesi: l’università spagnola dota lo studente di una tessera, che ha funzione di carta di credito e che gli permette di accedere a svariati servizi dentro e fuori l’area universitaria, come per esempio (tra i più semplici e comuni) prestito di libri (di letteratura!) della biblioteca generale, album musicali (rock, pop, classica, etc.), film in dvd (con possibilità di vederli nelle sale appositamente fornite di televisore e lettore dvd nella università), insomma…ci siamo capiti. Ripeto, sono solo le funzionalità più banali che questa tessera può offrire, ma ce ne sono molte altre. Anch’io ho una tessera dell’università “La Sapienza” di Roma, e mi permette di leggere il mio numero di matricola ed il mio nome…scritti su un lato della tessera. Comunque sia, diversamente da come do modo di pensare in ciò che ho appena scritto, sono molto ottimista e desidero veramente poter, finalmente, godere nel sapere che ci si è resi conto che, pur restando sempre italiani, si può cambiare o, ripeto, migliorare per stare al passo coi tempi e, maggiormente, con le trasformazioni sociali, di cui, rileggendo sopra, l’università è artigiana e creatrice. 

Alla prossima! 

Maurizio Malomo 

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