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Diario Spagnolo :: Made in Italy.

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DIARIO SPAGNOLO :: 27/11/2008 :: “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù”, sappiamo tutti questo celebre verso di una famosissima canzone della bionda Carrà, diventato ormai un evergreen dei revival ultimo minuto, giusto per ricordare le nostre canzoni ed il nostro spirito. Siamo italiani. Sappiamo anche questo. Stasera, o forse meglio dire stanotte, ci è stata dedicata una festa dove gli invitati erano proprio gli italiani. Made in Italy, così si chiamava.

ImageDeserto per la strada, il tempo non ci era amico, faceva un po’ freddo, ma l’appuntamento era alle 23:30 davanti l’Havana, il disco-pub dove tutti i fratelli d’Italia erano chiamati a “stringersi a coorte” e ad essere pronti…a festeggiare. Le porte di vetro lasciano intravedere dentro. Poca gente, sono le 23:45, qualcuno fuori fuma una sigaretta, qualcun altro è al cellulare sbraitando “io sono qui, voi dove siete?”, c’è chi aggiusta il collo della camicia e chi sorride alle ragazze, chi inventa un gioco per passare il tempo, ma intanto, questo tempo, non passa così velocemente. Siamo ancora in pochi, le luci sono basse, saluto qualche amico e, lo ammetto, ne approfitto per, come dire, non restare a mani vuote con i gadget che verranno regalati in serata. Lo so, non è il massimo della correttezza avvalersi delle amicizie per delle magliette o cose del genere, ma non si sa mai. Io, nel mio piccolo, non voglio rimanere senza un ricordo di questo evento alicantino. Caspita, adesso che è stato organizzato non sarò certo io a farlo passare inosservato e buttarlo nel dimenticatoio! Pessima giustificazione, ma forse è meglio andare avanti. I primi brindisi, la musica di sottofondo, un’amica che è partita con me stasera festeggia anche il compleanno. Auguri! Si scattano le foto, gli abbracci, si stappa lo spumante e, a tratti, arrivano delle piccole folate di vento fresco, ogniqualvolta si aprono le porte e frotte di ragazzi iniziano a riempire il locale. Bene, quasi quasi ci siamo, forse sta per iniziare la serata. Noi, intanto, continuiamo a goderci questo compleanno, la felicità della mia amica non riesco a non assorbirla in un sorriso e, insieme a lei, gioisco. Ragazzi di Palermo, Roma, Milano, Perugia, Catania, Genova, Treviso, Verona, chi più ne ha più ne metta, c’è anche qualche spagnolo che si ritrova in questa mischia che, piano piano, si sta sempre più concentrando nello spazio dell’Havana. Forse è qui per fare un intercambio linguistico, forse perché invitato da amici italiani, forse c’è capitato o forse non è così importante saperlo. È qui con noi e questo può bastare. Oltre a loro tedeschi, francesi ed argentini vanno per la maggiore, una festa soprattutto per gli italiani, ma non solo. Lo speaker dà il benvenuto, anche lui è italiano, ma parla la lingua del posto. La musica la scelgono due ragazzi italiani, la festa può iniziare. Un urlo e le casse cominciano a farsi sentire. Teste teste ed ancora teste che si muovono a ritmo di musica, il bancone è già pieno di mani che trattengono avidamente il lasciapassare per un bicchiere di sangria offerto dalla casa. Ora che ci penso anche io ne ho uno e decido di utilizzarlo. Accanto a me un signore che, a giudicare dal grigiore dei suoi capelli, non è poi così giovane, ma si diverte senza problemi, si lascia andare accompagnato dalla sua compagna e sorride a questa orda di italiani erasmus e non, che sfacciatamente iniziano a inneggiare “siamo i campioni del mondo”. Perché? Per due motivi: il primo è perché lo siamo per davvero, il secondo è perché le note dei White Stripes hanno invaso le pareti e le orecchie dei ballerini improvvisati che occupano la pista. Per capire a quale canzone faccio riferimento riporterò il ritornello che tanto ha impegnato le pagine dei quotidiani ai tempi della vittoria del mondiale. Popopopopopoo po. Spero che ci siamo capiti. Così via, il divertimento è stampato sulle facce di tutti, Rino Gaetano canta il suo “Ma il cielo è sempre più blu”, dopodiché Vasco Rossi, Jovanotti, Battiato, Gianna Nannini, Negramaro, la “50 special” dei Lunapop, e poi eccola che arriva: “se per caso cadesse il mondo io mi sposto un pò più in là, sono un cuore vagabondo che di regole non ne ha”, siamo arrivati al pezzo forte, al pezzo finale, i trenini partono e gironzolano per la sala, i gadget sventolano tra le mani dei festeggianti, lo speaker ha capito che forse l’italiano, stasera, è la lingua adatta, gli stranieri ci guardano come se fossimo matti e noi tutti a squarciagola a cantare come è bello far l’amore da Trieste in giù. Tutto è finito, ho una busta piena di accessori regalati durante la serata, tutti si salutano, gli spagnoli e tutta la combriccola extra-italiana hanno le tipiche espressioni di quelli che pensano “che c’entro io in tutto questo?”, le porte si riaprono, il freddo è sempre rimasto lì fuori, non è andato via. Una serata casalinga, nel senso che mi sono davvero sentito a casa pur stando comunque con persone che, più o meno, conosco. La nazionalità ci ha uniti, quella bandiera tricolore non ci ha fatto sentire soli e non ci ha permesso di dimenticare le nostre feste, le nostre tradizioni anche in serate del genere. Quella lingua, l’italiano, ci ha resi così vicini, anche se lontani dai posti in cui si parla. Visto che ormai Raffaella ci segue dall’inizio di questi miei pensieri, voglio chiudere con un altro suo verso, questa volta spagnolo: “fiesta, que fantastica, fantastica esta fiesta.” Mi ci voleva proprio questa rincasata. 

Alla prossima! 

Maurizio Malomo  

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