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Diario spagnolo :: PAIS VASCO: SECONDA PARTE, VITORIA-BILBAO-COSTA DEL NORD

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di Maurizio Malomo

DIARIO SPAGNOLO: 25/03/2009 : (continuazione di “Pais Vasco: prima parte, Saragozza-Pamplona”) – Durante la trottata verso la meta, mentre le montagne circondavano il nostro panorama e i commenti si susseguivano su ciò che ci era parso della città di Pamplona, do un’occhiata all’orologio digitale che in un angolino se ne sta in alto a destra del tachimetro. Ora capisco perché ho così tanta fame, sono le due del pomeriggio ed ho nello stomaco solo il ricordo di una magra colazione, tra uno starnuto ed un colpo di tosse.

Nicolas continua a raccontarmi tutto quel che sa sulla fiera di San Firmin. Per carità! Interessantissimo, ma ho un leggero languorino (come direbbe un noto spot pubblicitario) e tutte le fiere di questo mondo possono anche essere rimandate a dopo. Cerco conferma nel mio compagno di viaggio e non esita a dimostrarmela. Anche lui, confessa, vorrebbe mettere qualcosa sotto i denti. Decidiamo di fermarci in qualche paesino della zona, così, come due cani da segugio, imbocchiamo la prima uscita alla ricerca di un ristorante che possa placare il nostro appetito. Ad un’ottantina di chilometri, forse più, da Vitoria, superiamo un cartello con su scritto ARRUAZU e subito dopo…una casupola ed ancora campagna. Una strada si snoda dietro una collina, ovviamente la seguiamo, non possiamo credere che il paese sia già finito lì. Bene, non è così, ovviamente, ma non è stato neanche così tanto errato pensare che si tratti di un microscopico centro abitato, immerso nel verde delle campagne. Una piazza, con dieci edifici che la circondano, tre da un lato , due da un altro, quattro in un altro lato della piazza ed una chiesa costruita su un solo lato. Tutto qui! Benvenuti ad Arruazu. Non so per quale motivo, ma decidiamo di parcheggiare la macchina e dare un’occhiata. Inutile dire che eravamo gli unici esseri umani a calpestare la pavimentazione di quello spiazzo. Una palma stava al centro e qualche automobile sostava sotto di essa. Allora qualcuno ci sarà! Le macchine che sfrecciano sull’autovia, in lontananza, spaccano il silenzio che domina in questo posto. La palma rumoreggia, delicatamente, alla spinta del vento, noi ci avviciniamo ad una porta che sembra essere quella di un locale pubblico,visti alcuni manifesti appesi sulla vetrata. Entriamo. Un mormorio generale invade subito le nostre orecchie, tre tavolate colme di gente, un signore siede solo davanti la sua bottiglia di vino ed il piatto fumante, tre uomini si spintonano a vicenda davanti la cassa, cercando ognuno di pagare per tutti, un ragazzo dietro il bancone friziona un bicchiere con uno straccio e ha lo sguardo fisso e serioso su un altro bicchiere gocciolante. Un signore bassotto e grassottello si accosta a noi e ci indica il tavolo libero, ci sediamo e aspettiamo. Sembra una cantina, tutta in pietra, con le colonne in legno e le panche lunghissime che recintano i tavoli. Il solito signore bassotto e grassottello ritorna da noi con in mano un cestino pieno di pane e delle posate, con aria indifferente e quasi severa bofonchia qualcosa: elencava il menù, con piatti della zona, nel loro nome basco. Ci siamo permessi di chiedere cosa fossero tutte quelle cose, ma lui, velocemente, se la sbriga rispondendo che sono primi, secondi, contorni e dolci. Però, astuto! S’è capito che non aveva tanta voglia di parlare, noi neanche, quindi, ci siamo affidati al caso. “Per me il primo che ha detto”, “per me il terzo”, ecc. Usciamo da quel posto con il sorriso sulla faccia e la pancia più che soddisfatta. Lasciamo alle spalle la porta del ristorante che, chiudendosi, intrappola con se le voci che lo animavano e ci catapulta nuovamente in quel silenzio così monotono, pesante, triste che vela tutta la piazza di Arruazu, o meglio dire che vela tutta Arruazu. Lì iniziava e lì finiva. Ci rimettiamo in marcia, prendiamo l’autovia e seguiamo la strada per Vitoria. Capoluogo della comunità autonoma dei Paesi Baschi, è una città molto carina, ci ritroviamo nel centro senza neanche accorgercene. Il suo centro storico è giudicato fra i migliori del nord della Spagna, tanto che è stato dichiarato di interesse nazionale. Parcheggiamo e ci incamminiamo per visitarlo. Tutto è splendidamente curato, dal casco antiguo si scende attraverso una strada che alla fine si piega e affaccia sulla piazza. C’è un porticato che la domina, ed un corso che si prolunga fino alla fine del centro storico. Il sole permette di ammirarla perfettamente, tra un vicolo ed un altro continuo a scattar foto, ma adesso dovremmo cercare un posto dove poter dormire. Dopo qualche giro d’informazioni, riusciamo ad avere dei nomi di alcuni alberghi-ostelli. Uno è al fondo di Calle de Edoardo Dato, praticamente il corso di cui parlavo. Questo ci permette di percorrere tutta la via principale, anche qui disseminata di negozi d’abbigliamento a non finire. Qualche bar dai quali arriva fino in strada il chiassoso ridere dei clienti, qualche farmacia, e poi il resto negozi negozi e negozi. La gente cammina svelta sul ciottolato e noi due, con lo zaino sulle spalle, stiamo attenti a non perdere di vista il numero civico. Eccoci qua, arriviamo alla reception e chiediamo. No, prezzi troppo alti per una notte, si troverà sicuramente di meglio. Salutiamo e rimettiamo le nostre scarpe sulla calda pavimentazione di questa cittadina viva, ordinata e bella da vedere, quale è Vitoria. Un altro indirizzo: Paseo de los Arquillos. Esattamente dalla parte opposta del corso. Geniale. Dietro front e quei buoni cinquecento metri li maciniamo nuovamente. Tutto come prima: reception, domanda, ringraziamenti e arrivederci. Proprio come prima, lo dicevo! Visitiamo la cattedrale di Santa Maria, lo troveremo un posto per dormire, dopodiché andiamo in Plaza de España, grande, allestono un palco, oggi è giovedì ed è anche la serata universitaria. Gironzoliamo tra Calle Cuchillerìa, Calle Pintorerìa e tutto quel dedalo di vicoletti che s’ammassa attorno alla piazza, ma ancora dobbiamo risolvere il problema dell’alloggio. Chiediamo ad una passante e ci consiglia di andare un po’ fuori dal centro storico per riuscire a trovare qualcosa di conveniente. Tra i palazzi antichi passeggiamo verso l’auto, fino a che non ci mettiamo in moto con le quattro ruote. Ultima possibilità, un albergo sulla nostra destra. Parcheggio, alla italiana, scendiamo, entriamo e…stesso copione: “hasta luego!”. Una vigilessa in lontananza, via via via. Siamo nell’abitacolo della macchina, fermi nel traffico diretti verso la zona che circonda il centro. In quel momento mi viene in mente un passo di un libro di Palahniuk che dice “ Ogni nostro respiro avviene perché qualcos’altro è morto, qualcosa o qualcuno è vissuto e morto perché poteste avere vita. È questa montagna di morti che vi innalza alla luce del giorno […] Riusciranno gli sforzi e le energie e l’impeto delle loro vite. Come riusciranno a trovarvi? Come riuscirete a godere del loro dono? Le scarpe di cuoio e il pollo fritto e i soldati morti sono una tragedia solo se sprecate il loro dono seduti davanti alla televisione. O fermi nel traffico. O bloccati in un aeroporto. Come lo dimostrerete a tutte le creature della storia? […] Come gli dimostrerete che la loro nascita, lo loro opere e la loro morte sono valse a qualcosa?”.Un po’ crudo ma efficace. Il traffico è immobile e per seguire la teoria di questo passo, propongo qualcosa: “Nicolas, invece di stare qui,
che ne dici se stasera andiamo a dormire a Bilbao?”. È in questi momenti che verifichi la sintonia di due persone immerse in una piccola avventura, con lo stesso spirito, ma sicuramente con differenti emozioni. “Creo que tenemos que ir!” (penso che dobbiamo andare!) e sorride, cosciente, come me, che rischiamo di non trovare un albergo stanotte, perché se non lo abbiamo trovato alle sette del pomeriggio, sarà più difficile alle nove di sera. Perché da Vitoria a Bilbao ci vogliono mediamente due ore. Una strada alla mia sinistra è vuota, mentre continuiamo a ridere, metto la freccia e svolto: in questo modo, con questo stupido gesto, ho dimostrato (a me stesso) il valore della nascita, delle opere e la morte di quelle persone o animali tanto care a Palahniuk. Una stupidaggine, forse stasera avremo problemi, forse no. Nell’incertezza l’unica cosa certa è che ‘sta cosa è molto divertente.
L’unica cosa che salta agli occhi arrivando a Bilbao è che non ci sono parcheggi. La città è arroccata, per una parte, e distesa per un’altra. Illuminata, rigurgitante di luci differenti, rosse, gialle, blu, da un semaforo si presenta così questa città trafficata da un via vai di macchine, l’una appiccicata all’altra. Siamo nella città più grande dei Paesi Baschi. Immediatamente, tranne la vivace circolazione automobilistica, non sembra così viva, larga, elettrica, forse, semplicemente, non lo è, deludendo le mie aspettative. Ma non ha molta importanza. Ad un semaforo, dicevo. Fermi lì do un’occhiata alla mia destra e c’è uno strano tipo al volante di una fiat. Mi guarda e, rapidamente, mi chiede di abbassare il finestrino. Nicolas, che sta al posto passeggero, lo abbassa per metà e quello chiede ad entrambi dove poter trovare un meccanico per rimettere a posto il suo servosterzo, mimando la difficoltà di roteare il volante, conseguente alla rottura del sistema di sterzata. Nessuno dei due ne ha idea, siamo arrivati in quest’istante ed ovviamente non sappiamo nulla, cerchiamo un albergo e non sappiamo dove, figuriamoci un meccanico alle nove di sera. Ci saluta, ingrana la prima e si butta sulla destra con il rosso del semaforo ancora ben acceso. Nicolas mi dice “Que raro!” (strano!), aggiungendo che aveva tutti i fili del cruscotto penzolanti. La prima cosa da pensare è che sarebbe potuto essere un ladro. Non ne siamo sicuri, non vogliamo problemi, ormai è andato. Troviamo parcheggio dopo un’ora esatta, è a pagamento, sono le dieci quindi. Usciamo dal garage e davanti i nostri occhi si presenta a caratteri cubitali HOTEL. È nostro. Ci sistemiamo ed usciamo. Nel casco antiguo si respira un’aria storica, un teatro riempie una piazza, i viottoli ci portano in pieno centro storico, popolato da studenti, anche erasmus. A descriverle, queste città Basche, sembrano molto simili, ma è il clima, l’atmosfera che le differenzia. Bilbao è tranquilla, silenziosa, certamente i locali rumoreggiano per la clientela che li riempie, ma il cielo rispecchia esattamente ciò che si nota nella città: calma e ordine. Facciamo due passi lungo il Nerviòn, il fiume che attraversa la città, le luci si riflettono nell’acqua ed il vento freddo si sente ancora di più con l’umidità del corso d'acqua. La stanchezza ci consiglia di avviarci  verso l’albergo e lo facciamo, ma nelle zone prossime a questo siamo attratti dal mormorio di alcuni pub che lasciano trasparire delle accese luci dalle vetrine. Ci ritroviamo in un disco-pub, piccolo, con un bancone farcito da due bariste che ballano e servono. Niente male la vita notturna, una birretta e ci intratteniamo lì, buonanotte! Al mattino sveglia presto, paghiamo la stanza e chiediamo informazioni su cosa visitare. Prima di iniziare questa nuova giornata, però, voglio dare un’occhiata all’ e-mail. Il pc si connette a msn e mi appare un messaggio da chi riesce a starmi veramente vicino, anche in viaggio: “…divertiti…apri gli occhi sul mondo e rubagli tutto ciò che ha di più bello….”. Sorrido, non posso che essere felice. Prendo questo consiglio come una missione, ed il mio buongiorno si vede dal mattino. Carica giusta, zaino in spalla, bagaglio trainato dalla mano e via verso il giro di Bilbao. Museo di Guggenheim, quel che resta del casco antiguo e poi la periferia ci porta verso la costa. La nostra destinazione adesso è San Sebastian, la colonna sonora è un mix di canzoni di Joe Satriani, suggestivo. La nazionale si inerpica su strade di montagna immerse nella natura, le quali portano ai luoghi più belli di questo viaggio, quali sono i paesi di mare affacciati sull’oceano: Bakio, Bermeo, Lekeitio. Bakio: il panorama è spettacolare, c’è una insenatura in cui il mare spinge verso la riva creando una rifugio in cui surfisti si divertono a cavalcare le onde. Io sono sulle rocce adiacenti a questa immagine, cerco di avvicinarmi sempre di più all’acqua, ed il sole riscalda tutto, il grigio delle pietre è caldo e mi accomodo su una di queste. È l’emozione di un attimo, guardare il mare che bacia la roccia, l’abbraccia con la spuma e dolcemente si ritira per corteggiarla senza fine! Il vento mi sposta i capelli, mi rinfresca gli occhi mentre scatto una foto nella quale, questo infinito senso di meraviglia, si trasformerà in nostalgia, non appena rivedrò queste istantanee. La costa quindi è stupenda, questa località noto che è famosa per la frequentazione di surfisti, infatti c’è anche un sito internet (www.bakiosurf.com) che fa riferimento a questa zona che offre la possibilità di praticare questo sport. Bermeo: è un piccolo paese sul mare, il porto è la zona più popolata. Un piccolo centro turistico, mi ricorda tanto i nostri centri marittimi, una pacatezza che ha il ritmo di una vela di una barca che si muove dolcemente seguendo il vento. Una piazzetta dove sediamo per prendere un caffè, ed il sole che si schianta sulle lenti oscurate dei miei occhiali. Leikeito: l’ultimo paese della costa del nord visitato. Anche qui un porto, anche qui il silenzio del mare, ma in più, in una zona un po’ isolata, parcheggiamo la macchina per ammirare il paesaggio di alcuni strapiombi che ci incantano. Tutta la costa limitrofa a Lekeitio si vede nella foschia. Segue le linee degli altri strapiombi che sono distanti da noi da chilometri e chilometri di roccia. Un faro è appeso ad una sporgenza della costa. Sembra tutto immobile. Tutto è, ripeto, incantevole. Ci sediamo ed il blu si spacca sulle rocce, il rumore raggiunge le nostre orecchie. C’è un momento anche per lasciare questi posti. Prendo le chiavi della macchina, stasera abbiamo deciso di stare a San Sebastian. (continua)
 

Alla prossima!

maurizio.malomo@email.it   

 

 

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