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Diario Spagnolo :: Salamanca (secondo tempo): la citt?†.

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DIARIO SPAGNOLO: 31/12/2008: (continuazione di “Salamanca (primo tempo): il viaggio”) Il freddo è pungente, quasi tutti hanno le mani in tasca ed il naso reso rosso dalle ventate più che fresche che si aggirano nella città. La città: questo insieme di antico, strade di pietra, palazzi bassi con sculture sulle facciate, la cattedrale domina nel centro con le acuminate guglie. Voglio fare un giro, la mia amica deve seguire un corso all’università e ne approfitto per godermi l’aria di Salamanca, la sua personalità, le sue curiosità, le sue caratteristiche.

Innanzitutto e, forse soprattutto, il centro storico. Macchina fotografica alla mano, una mappa virtuale che altro non è che la somma di tutte le indicazioni datemi a voce, prima di lasciarmi al mio passeggio solitario da turista ed una sciarpa per coprirmi bene il collo, in modo tale da riscaldarmelo. I viottoli mi accolgono nel loro riposo nel tempo, si sente l’atmosfera di un centro che sembra assopito ed indifferente agli anni che passano. Quasi come un borgo medievale, come un luogo in cui puoi permetterti il lusso di immaginare carrozze che attraversarono gli stessi sentieri che calpestano, adesso, i miei piedi; sembra che quell’orologio, che in lontananza primeggia dalla torre della cattedrale, abbia rapito i secondi, i minuti e le ore, incantando tutto ciò che gli stava intorno, e ammaliando , particolarmente, la mia attenzione a questo paesaggio, sospeso negli ingranaggi di quel marcatore del tempo. Vago, dunque, e nel mio vagare vedo sulla mia destra un grande cartellone che indica l’entrata ad una mostra di orologi. Neanche a farlo apposta! Pare che davvero a Salamanca il tema del tempo sia un argomento da non sottovalutare. Entro. È una collezione di “orologi popolari donati all’università di Salamanca da Andrés Santiago Zarzuelo, composta da quasi duecento esemplari, mostrati in maniera tale che il visitatore possa captare la bellezza e la finezza di ognuno di questi, così come l’evoluzione dei vari tipi di orologi verso il compimento della sua funzione fondamentale: misurare il tempo”. Così viene definita nella sua presentazione, per poi, scorrendo tra le varie vetrine che intrappolano veri pezzi d’antiquariato e di arte orologiaia, ammirare varie tipologie di “misuratori del tempo”: modelli Morez (tipici orologi popolari da parete del XVII secolo), quelli della Scuola francese (caratterizzati dalla costruzione sonora delle ore, risalenti al XVIII secolo), modelli “Paris” (fabbricati per due secoli, contraddistinti dall’utilizzo del pendolo basandosi sugli studi di Galileo Galilei) e l’ “occhio di bue” (tipico orologio da parete che prende il suo nome dalla terminologia nautica, data la forma circolare del quadrante incastrato in una cornice di legno, anch’essa tonda). Il ticchettio delle lancette non è per niente assillante o fastidioso, la leggerezza di quel suono, in quell’ambiente in cui il tempo non ha età, scandisce quasi i battiti di un cuore che, seppur meccanico, riscalda e accompagna la vita come se fosse umano. Ho l’impressione di guadagnare tempo, e non di perderlo; di essere stimolato a viverlo, e non ad ammazzarlo; di catturarlo anziché buttarlo. Qualche signore avrà impiegato ore, giorni, mesi o anni per costruire anche uno di questi orologi, ma l’eccellenza del suo manufatto continua a gratificarlo…nel tempo. Con la testa piena di pensieri e gli occhi fissi a terra, esco da quel museo. Mi fermo sulla soglia e decido di immergermi nuovamente in questo freddo incantevole. Il cielo è grigio, le guglie sembrano che punzecchino il colore plumbeo delle nuvole, mentre mi avvicino alla porta della cattedrale. Sulla colonna sinistra della porta che dà sulla piazza, c’è una strana scultura: un astronauta. Sì, un astronauta. Sembra proprio un incaricato della NASA che fluttua tra l’infinito dell’universo, manca solo la navicella, ma non sono in orbita e soprattutto non c’è niente di fluttuante, è una scultura. Alcuni pensano sia la dimostrazione di un passato a noi poco chiaro, in cui la terra è stata abitata da forme di vita che, al gior
no d’oggi, corrisponderebbero ai cosiddetti UFO. Extraterrestri per capirci. Altri, invece, adducono la presenza di questo “astronauta” all’utilizzo di un tipo di abbigliamento da guerra usato nel medioevo molto somigliante con quello degli attuali viaggiatori dello spazio. Altri ancora, d’altro canto, pensano sia un’aggiunta durante un restauro della cattedrale. Non ho idea di chi dei tre abbia ragione. Quella scultura c’è, ed io ci vedo un astronauta con il suo caschetto ed i suoi stivali con la suola a strisce. Dirò di più, a me sembra che sorrida. Manca solo la bandiera degli USA, ed è una piccola rappresentazione dello sbarco sulla luna. Comunque, tra mezz’ora dovrò rivedermi con la mia amica, per cui accelero i tempi. La cattedrale va visitata dall’interno. L’unica entrata è quella della torre, infatti entro, pago e comincio il tour. Delle scale a chiocciola mi portano in una sala, in cui un registratore riproduce canti gregoriani, voci corali che pregano e che, sinceramente, sono molto suggestivi avendo un’affacciata sulla navata centrale. Continuo a salire e visito le varie stanze: stanza del carcelero, sala del Alcaide, de la Torre Mocha, del andén superior e de la Boveda, per poi essere letteralmente affascinato dall’andén superior de la Torre Mocha, che è una terrazza che si affaccia sul complesso delle cattedrale, sulla città e sul fiume Tormes. L’oscurità del cielo, in contrasto con le luci che colorano le strade di Salamanca, creano un effetto scenico affascinante, reso straordinario dalle varie cupole e dalle guglie poco illuminate che accompagnano questa visuale unica e, per quanto mi riguarda, spettrale. Fotografo mentre un amplificatore continua a riprodurre quelle voci cupe canterine. Mi guardo intorno e sono solo, un brivido mi attraversa…ma non esagero a rabbrividirmi! Mi incontro con la mia amica, stasera si va al capodanno universitario, un evento grandioso per la città di Salamanca. Io ci sto, siamo tutti e due pronti. Incontriamo altri amici, una birretta e poi tutti insieme in Plaza Mayor. C’è un palco illuminato con un signore che presenta un gruppo di musicisti. La musica inizia, aspettando la mezzanotte. Nel frattempo recuperiamo delle parrucche arancioni con due antenne che spuntano tra la capigliatura riccia. Non so perché quest’abbinamento, ma in realtà non importa a nessuno, si festeggia e questo è l’importante! Una marea di studenti che ballano e cantano, centinaia di ragazzi e ragazze, tutti con i capelli ricci-arancioni-antennati: un bell’effetto. La polizia non contiene il flusso che aumenta sempre di più, noi, fortunatamente, siamo già nella piazza e, a poco a poco, le distanze tra le persone si riducono, trovandoci quasi uno attaccato all’altro, a mo’ di sardine, ma ancora una volta…non fa niente. Si deve festeggiare! Dieci, nove, otto, sette, sei…tutti in coro ad accompagnare il countdown del grande schermo; cinque, quattro, tre, due, uno! Si scatena l’inferno! Abbracci, baci, bottiglie si stappano, altre si spaccano, urla di felicità, urla di dolore per un piede pestato, cori, canzoni, mani alzate. Plaza Mayor festeggia. Gli studenti universitari spagnoli abbandonano l’anno passato ed inaugurano quello nuovo. Qualche ragazzo ha ancora lo zaino sulle spalle, altri inneggiano alla propria università, insomma, anche gli studenti hanno un anno (perdonate il gioco di parole) da affrontare e di conseguenza avranno anche un capodanno. Come deduzione logica non so se sta bene, ma è motivo di allegria, e può bastare. Ovviamente la notte non finisce qui. “Esta es una noche memorable” mi dice una ragazza. Certo! Tutti nei locali della città a ballare, tutti imparruccati, tutti pronti a riscaldarsi da questo gelo. Anche noi decidiamo di rendere memorabile questa serata, riuniamo il gruppo e ci incamminiamo. Salamanca è un’ondata di giovani, le strade non contengono la folla. Non resta che ringraziare la poliedricità e la bellezza di questa città e, dopo aver trascorso un’ottima giornata, mi rendo conto che è il caso di chiuderla in bellezza. Vado a festeggiare, meglio non avere troppi rimpianti, anche se sono sicuro che tornerò in questo vecchio e moderno borgo medievale.

Maurizio Malomo

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