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L’angolo Tecnico :: La Calabria e la mala gestione del territorio.

L’ANGOLO TECNICO :: 09/03/2009 :: L’inverno 2008-2009 sarà ricordato per essere stato, forse, uno dei più piovosi degli ultimi 100 anni.  Le copiose precipitazioni, che hanno flagellato il nostro fragile territorio, hanno messo a dura prova le tenuta geotecnica delle opere costruite e il sistema nervoso della popolazione e delle autorità. A tal fine è stata istituita presso la prefettura di Cosenza un’apposita Unità di Crisi della Protezione Civile, coordinata del prof. Versace, al fine di fornire supporto tecnico e logistico agli enti locali oltre che coordinamento fra i vari enti preposti alla gestione dell’emergenza.

Le scene che sono apparse sui media e alla vista dei soccorritori e dei tecnici incaricati dei sopralluoghi sono state tragiche: abitazioni lesionate, strade dissestate, muri ribaltati, pali della luce abbattuti, volumi di terra più o meno grandi distaccati dai versanti. Nelle lunghe serate passate in prefettura, fra una presentazione e un’altra di quanto stava accadendo, era comune fra i tecnici dell’unità di crisi, chiedersi il perché, quali le cause che hanno contribuito a questo disastro. Ognuno dei tecnici, in base alla propria preparazione e sensibilità, ha dato una chiave di lettura di quanto successo e alla fine di ogni discorso sembrava emergere una difficile realtà: opere mal fatte e peggio gestite unite alla fragilità geologica di una terra soggetta ad un evento piovoso avente un tempo di ritorno elevato. I futuri studi che saranno effettuati ci daranno indicazioni più precise e puntuali ma difficilmente potranno smentire quest’assunto. Le abbondanti precipitazioni si sono abbattute su un terreno a matrice prevalentemente argillosa, poco permeabile e con la tendenza a liquefarsi e a perdere la capacità portante. Questa situazione è stata aggravata da manufatti posti su pendii storicamente in frana e sorretti da muri a tergo dei quali i drenaggi non sono stati fatti o non sono stati ripristinati, così come le cunette stradali. Era comune, infatti, riscontrare cunette stradali colme di terra, erba, interrotte da colate di cemento o addirittura assenti, oppure muri ribaltati in cui ghiaia e/o geotessili drenanti erano del tutto assenti o peggio intasati da terreno fine. La scene più toccanti, però, erano quelle che mostravano abitazioni belle, ben curate, con belle rifiniture, costruite su terreni fragili, colmi d’acqua non drenata, che muovendosi le hanno reso inagibili. Alla base di tutto, quindi, si è notata la presenza preponderante e decisiva dell’acqua non controllata. Ma chi ha consentito tutto ciò? Noi cittadini abbiamo responsabilità o abbiamo subito una situazione imprevedibile? Cosa si può fare per rimediare?

In primo luogo è utile fissare un assunto: non è possibile costruire dappertutto. Ci sono casi frequenti in cui è noto che una certa porzione di territorio non è adatta ad accogliere manufatti ma, per la testardaggine unita alla poca lungimiranza di qualcuno, si forzano soluzioni tecniche senza che siano prese le adeguate contromisure, perché eccessivamente onerose. Quando, poi, si riescono a trovare i fondi per costruire le opere di contenimento ci si dimentica che sono opere antropiche e, quindi, necessitano di monitoraggio e, di tanto in tanto, di opere di ripristino, perché col tempo perdono la loro originaria funzionalità. Una seconda osservazione va fatta sul collettamento e lo smaltimento delle acque piovane provenienti da superfici impermeabili (strade, tetti, piazze, parcheggi). Nella letteratura tecnica idraulica esiste un concetto che sarebbe opportuno applicare ad ogni nuovo insediamento e ricondurre anche ai vecchi: l’invarianza idraulica delle trasformazioni urbanistiche. Si immagini di costruire una nuova lottizzazione su di un terreno agricolo: la buona pratica (e la normativa di regioni italiane evidentemente più avvedute) prevede che si costruisca una rete di drenaggio sotterranea in modo che per ogni evento piovoso la portata defluita dalla superficie lottizzata sia uguale a quella che originariamente proveniva dalla stessa superficie non ancora lottizzata. Un analogo lavoro andrebbe fatto per i centri urbani attualmente sprovvisti di rete di drenaggio di acque bianche o in cui questa sia vetusta e inefficiente. Un’ultima osservazione va sicuramente fatta sugli incendi che ogni estate flagellano i nostri monti e le nostre colline, spogliando i versanti della vegetazione, primo grande argine all’impeto delle acque. La mancanza di copertura vegetale da una lato non frena l’azione disgregatrice del terreno da parte delle acque e dall’altra fa perdere quell’importante sostegno rappresentato dalle radici. L’acqua non incontrando le foglie, i rami, gli steli delle erbe, si abbatte violentemente sul terreno, lo satura e favorisce il suo franare. Come comportarsi allora? È reversibile questa situazione?

In primo luogo è necessario prendere coscienza degli errori da parte, in primo luogo, degli amministratori e poi dei tecnici e dei cittadini. E’ importante riuscire ad imparare da questi eventi, abbandonando il nostro tipico atteggiamento fatalista del “figurati se succede proprio a me”! E’ necessario mettersi nell’ordine di idee che bisogna spendere più soldi all’inizio della progettazione per gli studi di base al fine conoscere puntualmente il territorio su cui si vuole intervenire: lo studio della letteratura e delle carte storiche e specialistiche, i rilievi plano-altimetrici di precisione, le indagini geotecniche, l’ascolto delle popolazioni locali. La conoscenza puntuale del territorio consente ai progettisti di ipotizzare soluzioni più adatte alla situazione e li espone a minor rischio di errore o di insuccesso. In secondo luogo sarebbe necessario procedere ad un controllo accurato sui materiali usati e sulle lavorazioni, al fine di scoraggiare eventuali furbetti che vogliono risparmiare troppo mettendo a rischio la vita delle persone. Infine sarebbe responsabile mantenere ogni opera continuamente sotto controllo, affidando il monitoraggio a tecnici competenti che di tanto in tanto dovrebbero verificare opportunamente lo stato di conservazione e prontamente comunicare eventuali anomalie riscontrate. Queste osservazioni fanno parte della normativa attualmente vigente quindi, per superare il problema, sarebbe sufficiente rispettare pienamente la legge. Sicuramente sarà difficile recuperare tutte le cattive opere che sono state costruite negli ultimi 30 anni e dovremo ancora aspettarci le criticità emerse durante questo inverno. Ma se si decidesse di cambiar rotta potremo sicuramente consegnare alle prossime generazione un territorio migliore di quello ereditato.

Giuseppe Maradei