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Scalea :: Terremoto in Umbria: Verdiana Cucinotta, una studentessa a L’Aquila.

SCALEA :: 20/04/2009 :: “Un boato mai sentito prima, la terra cedeva sotto i piedi. Sembrava di stare sopra una nave durante una tempesta. Ogni finestra in casa minacciava di scoppiare, i mobili sbattevano contro le pareti e le urla provenivano sia dalle altre stanze che dalla strada”. Così ricorda la notte del 6 aprile scorso a L’Aquila una studentessa di Scalea. Lei è Verdiana Cucinotta, vent’anni, rientrata dalla città colpita dal terremoto, dove vuole tornare a studiare scienze psicologiche applicate. Non era alla Casa dello Studente, ma ha abitato in due frazioni aquilane, a Coppito e a Cantasessa, in camere da condividere con altre sue colleghe, studentesse fuori sede.

Il ricordo di quella notte l’accompagnerà per tutta la vita. Il brusco risveglio, il panico, la fuga dalla casa che sembrava accartocciarsi su se stessa. “Io e le mie coinquiline – racconta ancora Verdiana, con i suoi grandi occhi blu persi nel vuoto a rivedere quelle scene di terrore – ci precipitammo fuori dalle stanze e riparammo subito sotto le arcate delle porte, portandoci dietro le poche cose preparate la sera prima”. Allora, avevato previsto il sisma? “Certo, la scossa del 6 mattina è stata solo una delle tante, certo la più forte e devastante. Ma già fra novembre e dicembre ne avevamo avvertite altre, brevi e di moderata intensità, quando risiedevo ancora a Coppito. A febbraio e a marzo ce ne furono altre, più intense e preoccupanti”. E che cosa faceste? “Colleghi e amici dell’Università incominciammo ad allarmarci. Non ci sentivamo più sicuri. Ad ogni scossa partiva un giro di telefonate, a mezzanotte, alle sette del mattino, di pomeriggio. Ricordo quella della 30 marzo, il giorno prima di un esame, tra le sedici e le diciassette, quasi del quarto grado della scala Richter. Fu la prima volta che ci spaventammo sul serio. Non era mai successo che i soprammobili cadessero a terra. Non solo noi studenti, ma anche alcuni vicini di casa scesero per strada. Dopo una mezzora, tutto sembrava tornato alla normalità e invece passammo notti d’angoscia e di paura. Facemmo i turni per dormire, ma tanti erano già tornati nei loro paesi d’origine. E fu una fortuna per una mia amica. La casa di Coppito, dove abitava, è stata fortemente colpita. La sua stanza è tutta sparsa per strada e i muri pendono come la torre di Pisa. Un’altra s’è spezzato il braccio per aprire la porta incastrata nella parete inclinata. Altri nel centro storico si dovettero lanciare fuori dal primo piano”. Torniamo alla scossa del 6 aprile. “Sì, già dalla notte precedente si sentivano piccole scosse, sembrava che la terra volesse sfogarsi in qualche modo. Io dormivo sotto una sola coperta, con il cappotto addosso e tenevo pronto in una borsetta quello che pensava occorresse in questi casi: fazzoletti, portafogli, cellulari. Non dormimmo quasi per niente. E quando venne il terremoto vero e proprio, finita la scossa, scappammo di casa rapidamente. Cercavamo la macchina parcheggiata lì vicino, mentre un uomo in una villetta adiacente urlava il nome di sua moglie, che non ce l’aveva fatta ad allontanarsi. Lasciammo così Cantasessa, per raggiungere uno spiazzale vicino alla caserma dei carabinieri”. Che hai visto succedere in città? “Lo spettacolo era angoscioso. L’Aquila era nel terrore: appartamenti al primo piano di un palazzo sventrati, la gente per strada, la notte gelida e l’aria carica. Il traffico andava intasandosi e la nostra macchina ciondolava, mentre la mia compagna stava per cadere panico. Una donna incinta urinò tra una macchina e l’altra, un uomo si aggirava scalzo nel parcheggio solo con una vestaglietta addosso, una signora straziata per non avere notizie di sua figlia, altri entravano nelle case per recuperare qualche coperta. S’è visto di tutto”. Verdiana sta per cedere all’emozione, ma si fa forza e continua:”Al mattino vennero a prenderci degli amici e ci portarono in un luogo più sicuro, nelle zone residenziali vicine a Roio, un’altra frazione di L’Aquila. Qui potevamo contare sulle vivande conservate in un magazzino. Tutt’intorno le case davano l’impressione che fossero fatte di cartone e che qualcuno le avesse squarciate. E pensare che erano costruzioni nuove…Più tardi con la macchina del fidanzato di una coinquilina riuscii a tirarmi fuori da quell’inferno. Arrivai a Frosinone, dove mi aspettavano mia madre e mia sorella, e da lì proseguii per Scalea. A casa ho tuttora gli occhi incollati alla televisione. Mi sento ancora come privata di qualcosa. Guardo la casa dello studente e ripenso alle tante volte che sono andata a studiare lì, alla mensa dove andavo a mangiare , a quando aspettavo la linea 4 del bus, sotto la pensilina mentre pioveva o nevicava. Volevo, voglio stare ancora al sole sulla terrazza dell’Università al polo di Coppito a modellare un pupazzo di neve prima di un esame o in biblioteca a farmi sgridare perché facevamo casino…Ora mi aspetto che le autorità facciano il loro dovere…E penso a quanti di noi studenti non potranno cercare più un’altra terrazza dove prendere il sole…”

Enrico Esposito