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“Beata solitudo…” di Enrico Esposito

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di Enrico Esposito

Già, perché bisogna pur trovare un modo come superare questa fase interminabile di isolamento. Non basta chiamarla lockdown per sopportarla meglio. Certo la frase completa, che campeggia ancora oggi in qualche convento, dice “beata solitudo, sola beatitudo” e non è proprio incoraggiante.

Non è né di Seneca né di Bernardo di Chiaravalle, ma viene attribuita ad un religioso olandese del 1500, tale Comelis Musius. Di questi tempi potrebbe essere utile a vivere più serenamente da soli, in compagnia dei tuoi libri o della tua musica. Ma non si può negare che si tratta un malinconico surrogato alla vita di relazione. Specie per quanti non dimenticano che da Aristotele in poi l’uomo viene considerato un essere sociale (non un animale politico, come si è mal tradotto per tanto tempo il testo greco), tanto che lo stesso filosofo di Stagira aggiungeva subito dopo che l’asociale (apolis, diceva lui) è per lo meno un pazzo o incapace di intrecciare relazioni con i suoi simili. Da notare che polis è la societas latina, insomma la vita in società era nell’antichità un bene irrinunciabile. Oggi siamo tutti apolidi dunque, cioè non chiamati a vivere in società. E’ triste, senza dubbio, ma la pandemia ci obbliga anche a questo e ne siamo così forzatamente contenti che si moltiplicano i sicofanti in ogni angolo di città o paese. Del resto l’elogio della solitarietà è di antica data. Nel Settecento l’ha avversata e confutata Gregorio Caloprese filosofo cartesiano di Scalea.

Non gradiva Gregorio soprattutto l’inevitabile conseguenza cui porta il vivere da soli, quella cioè per cui l’uomo ama solo stesso e poco gli interessa quello che riguarda altri. “Chi può negare” si chiede sempre Caloprese “che gli uomini formati con questa idea non divengano superbi e sprezzanti? Chi non vede che esaltare tanto l’idea di sicurezza non produce altro effetto che quello di spaventarci inutilmente con un’infinità di pericoli…” e si potrebbe continuare. Certo il pericolo c’è, ma ne riparleremo, quando ci rivedremo e potremo constatare quanto siamo cambiati e soprattutto se siamo diventati migliori. Come quando ci si aggregava nei centri commerciali, contenti di spendere per cose non sempre utili se non a riempire i carrelli vagando dagli alimentari ai dopobarba, dai salumi alle verdure cellofanate.

Vedremo. Intanto c’è sempre la risorsa del solitario di Napoleone. Sì, l’aveva inventato in esilio, in solitudine non proprio beata, quando il tempo non passa mai e si prova nostalgia anche per le persone che ti sono state sempre antipatiche e per questo evitavi di contrarle. Ora forse l’amare il prossimo tuo è il messaggio che possiamo meglio comprendere. Senza costringerlo a improbabili risemantizzazioni. Alla fine la solitudine potrebbe essere migliorarci. Ma resta sempre qualcosa che è dura accettare. Persino la schermata che ospita queste parole a volte si oscura, cioè si adombra, smaniosa di rivedere la luce all’aria libera…

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