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Catanzaro :: La difesa idrogeologica in Calabria: cosa fare?

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“…Nera che porta via, che porta via la via, nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera nera…”

CATANZARO :: 03/11/2015 :: Così cantava l’immenso De Andrè, ispirato e impressionato dalla catastrofica alluvione accaduta a Genova nell’Ottobre del 1970. Da allora si sono succedute altre alluvioni in tutta Italia e, in particolare, nella nostra Calabria, altre vite spezzate, altre famiglie distrutte, altri miliardi di danni. Su un territorio già fragile è stato costruito troppo e male, e ad aggravare i problemi si è aggiunto l’incremento degli eventi pluviometrici estremi.

Ma oggi non vogliamo parlare di quello che è stato, non vogliamo parlare delle colpe, delle responsabilità, del “si doveva”,  del “te l’avevo detto”, anche perché non riteniamo corretto giudicare l’operato di autorità e di professionisti solo sulla base dei problemi oggi esistenti e delle conoscenze oggi acquisite. Un esempio su tutti: la linea ferroviaria. Oggi è facile affermare che “non si doveva fare sulla spiaggia”, “bisognava fare più gallerie” etc., ma non si può trascurare il fatto che quando è stato realizzato il primo tracciato, oltre 100 anni fa, la costa era centinaia di metri più avanti rispetto ad ora e, inoltre, non era possibile costruire un numero eccessivo di gallerie, per i livelli tecnologici di quei tempi.

In queste poche righe, quindi, vorremmo parlare di quello che sarebbe opportuno fare da oggi in poi. Vorremmo portare all’attenzione di tutti un nuovo modo di interpretare la difesa idrogeologica.

Da tante parti e da tanti anni si legge che per un maggiore controllo del territorio sarebbe necessario implementare politiche che favoriscano il ritorno alla coltivazione della terra e alla gestione del bosco; è fondamentale che tutto ciò venga avviato e realizzato, ma, purtroppo, i risultati in termini di miglioramento della fragilità idrogeologica del territorio si potranno apprezzare solo nel lungo periodo, con tempi non compatibili con l’urgenza e la gravità della situazione. Solo nel lungo periodo, quindi, tali interventi saranno decisivi per la gestione futura del territorio, ma nell’immediato, nei prossimi 5-10 anni, bisogna prioritariamente far fronte all’emergenza con interventi che, rapidamente, conducano a una riduzione dei tempi di corrivazione dei bacini idrografici, all’aumento della capacità di deflusso dei corsi d’acqua e all’aumento della capacità di resistenza delle coste alle mareggiate.

Tutti gli interventi, però, dovranno essere concepiti seguendo un nuovo approccio metodologico, un approccio “integrato” che preveda lo studio degli impatti che ogni singolo intervento ha sul corso d’acqua, sulle opere esistenti e, anche, sulla spiaggia.

Non è possibile, infatti, disgiungere la difesa dalle alluvioni, dalla difesa dalle mareggiate. Già all’interno del PAI Calabria (Piano per l’Assetto Idrogeologico, approvato dal CONSIGLIO REGIONALE con Delibera n.115 del 28 dicembre 2001, cioè quasi 14 anni fa),  era previsto questo approccio, purtroppo mai del tutto applicato. Nella Relazione Generale a pagina 10, punto 1.c è, infatti, riportato che:

“….OMISSIS

Anche se non espressamente previsto dal D.L.180, il PAI della Calabria ha inteso affrontare anche il problema dell’erosione costiera. Si è partiti cioè da alcune considerazioni fondamentali:

–       I 739 km di costa costituiscono per quantità e condizione di rischio, un’emergenza notevole per tutta la regione;

–       Necessità di rapportare le problematiche della costa con l’intero bacino idrografico, secondo l’ottica di analisi delle relazioni tra erosione e trasporto solido;

–       Necessità di superare la frammentazione e affrontare in maniera omogenea e per aree fisiografiche le varie problematiche. La Calabria non ha utilizzato importanti risorse finanziarie (vedi ordinanza Prot. Civ. n. 2621/’97), per mancanza di studi e progettazione validi in termini strutturali e non solo emergenziali.”

OMISSIS…..”

I nostri corsi d’acqua sono colmi di sedimenti che non riescono a defluire a mare a causa, principalmente, delle opere di sistemazione idrogeologica e delle infrastrutture costruite nel secolo passato. Queste opere sono state fondamentali per garantire la sicurezza delle popolazioni, nuovi terreni per l’agricoltura e comunicazioni rapide fra le diverse parti della regione e fra la regione e il resto d’Italia, ma ora è arrivato il momento di adeguarle alla situazione idrogeologica odierna per poter riparare agli “effetti collaterali indesiderati” che inevitabilmente hanno generato, anche in relazione all’incremento della frequenza di eventi pluviometrici eccezionali riscontrata negli ultimi anni.

Il mancato arrivo dei sedimenti a mare è la principale causa dei pesanti fenomeni di erosione costiera che da qualche decennio sono in atto sui nostri litorali.

Senza entrare nel dettaglio tecnico, riteniamo sarà opportuno agire sui seguenti fronti:

1)      la sistemazione dei corsi d’acqua nella parte montana, quando sono ancora poco più che incisioni, con interventi “leggeri” di ingegneria naturalistica;
2)      lo svuotamento dei corsi d’acqua dai sedimenti in eccesso accumulati in questi decenni, in modo da abbassare la linea di fondo alveo e ripristinare i franchi di sicurezza arginali;
3)      il taglio delle briglie, portando la quota delle gàvete (la sommità delle briglie dove scorre l’acqua) a un livello tale da garantire un significativo incremento della capacità di  trasporto solido fluviale, pur coscienti del fatto che sarà impossibile ripristinare il trasporto solido naturale;
4)      l’adeguamento funzionale di tutte le opere che interferiscono con il reticolo idrografico (principalmente i ponti stradali e ferroviari), in modo da consentire un migliore smaltimento delle portate liquide e solide, anche per eventi di piena eccezionali. La presenza di ponti bassi e stretti, infatti, modifica localmente il regime idraulico della corrente, favorendo il deposito di sedimenti e materiali di vario genere che formano dei veri e propri “tappi”, ovvero sbarramenti temporanei che sollecitano oltremodo le strutture favorendone il sormonto e, spesso, il crollo; il collasso improvviso di questi sbarramenti, inoltre, genera la propagazione verso valle di onde a fronte ripido che risultano molto più pericolose delle piene naturali;
5)      il ripascimento dei litorali e, ove necessario, la costruzione di opere rigide a protezione della costa. Il materiale occorrente per il ripascimento non è difficile da reperire: una grande quantità è immobilizzata all’interno dei corsi d’acqua (per i citati fenomeni di sovralluvionamento), un’altra grandissima quantità è ferma al largo delle notre coste, oltre la “profondità di chiusura” (cioè la profondità a cui l’energia del moto ondoso è in grado di rimovimentarle verso la costa) e può essere facilmente recuperato con investimenti non eccessivamente gravosi se rapportati ai benefici che questa operazione determinerebbe. Milioni di metri cubi di materiale sarebbero di nuovo resi disponibili sui nostri litorali, consentendo la ricostruzione delle spiagge, fondamentale sia per la protezione della costa, sia per l’utilizzo dei litorali a fini turistici e ludico-ricreativi.

Dal punto di vista normativo é indispensabile prevedere procedure accelerate per le attività di progettazione, di autorizzazione e di appalto. Per la progettazione é fondamentale avere a disposizione cartografie e rilievi precisi e aggiornati. Oggi, rispetto al passato, esiste la possibilità di utilizzare, per il controllo dei territori, i droni, speciali velivoli telecomandati e leggeri che restituiscono ortofotografie e modelli digitali del terreno con la precisione del centimetro e a costi contenuti. L’Amministrazione Pubblica potrebbe impegnarsi in una campagna di rilievi con i droni per mettere a disposizione dei progettisti misurazioni precise e inconfutabili.

Per quanto riguarda l’aspetto autorizzativo sarebbe fondamentale eliminare completamente il silenzio diniego, obbligando le amministrazioni a motivare in modo circostanziato e scientificamente inoppugnabile le eventuali osservazioni negative.

Per quanto riguarda la compatibilità ambientale sarebbe auspicabile che i progetti di difesa del suolo avessero corsie privilegiate, per evitare che anche opere di modesta entità debbano subire mesi di gestazione.

Infine, gli appalti: non è più concepibile che, a causa dei ricorsi, si ritardi di anni l’esecuzione di opere urgenti ma che, per qualche ragione, non possono seguire la procedura di “somma urgenza”. Molto spesso all’inizio dei lavori, infatti, lo stato di fatto é così diverso da come era in occasione della progettazione che si rendono necessari interventi diversi, con conseguente incremento dei costi e dilatazione dei tempi.

E’ auspicabile che l’ottimizzazione dei procedimenti prima esposti si possa ottenere con la costituzione, anche  livello regionale, di una “struttura tecnica di missione”, che abbia compiti esecutivi e di coordinamento di tutti i soggetti interessati.

Infine, per quanto riguarda le risorse da reperire per gli investimenti, ci esprimeremo con un esempio/domanda: se un buon padre di famiglia ha due figli e dei soldi da donar loro per la ristrutturazione delle abitazioni, aiuterà di più il figlio che vuole istallare la rubinetteria d’oro o il figlio che è costretto a intervenire sulle fondazioni affinché l’abitazione non rischi il crollo?


Ing. Giuseppe Maradei, Ph.D.

Ing. Marco Gonella, Ph.D.

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