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“Che ne sarà di noi, dopo?” di Enrico Esposito

di Enrico Esposito

Che ne sarà di noi, dopo che il coronavirus sarà avrà abbandonato la sua furia distruttrice? In che mondo vivremo? Sarà davvero un mondo nuovo, soprattutto migliore?

Sono le domande più frequenti e più aperte alle risposte più sorprendenti. “Que sera, sera” cantava Edith Piaf in una delle più belle canzoni del secolo scorso. Nessuno lo potrà sapere continuava il testo, per cui non resta che affidarsi con fiducia a quello che la sorte o chi sa chi o che cosa riserva a tutti noi. “Carpe diem”, esortava Orazio dal suo giardino epicureo, “quam minime credula postero”, senza cioè aspettarti troppo dal futuro più o meno prossimo. Antica saggezza, oggi senza diritto di cittadinanza.

Si fanno largo allora previsioni poco rassicuranti. Si invoca, per esempio, l’addio alla globalizzazione, fino a qualche settimana fa presentata e percepita come il toccasana irrinunciabile. Oggi invece il contagio diffuso che ci opprime fa riscoprire a taluni i vantaggi e la bellezza del local, in modo da rispolverare un leit motiv ricorrente negli ambienti passatisti e reazionari, se ancora è consentito usare parole bandite dal vocabolario quotidiano.

Il localismo, con tutto il corredo identitario e nazionalistico, è agognato come cardine del cosiddetto ritorno alla normalità. Prova ne sia che in questi giorni si moltiplicano gli inviti a mangiare italiano, a vestire italiano a fare tutto insomma secondo i ristretti canoni peninsulari. Come se questa fosse una soluzione indipendente da tutti i processi del vorld trade. In questo contesto non può mancare l’urlo primitivo di uscire dall’Europa, di abbandonare i vincoli e le ristrettezze che la nuova matrigna ci rovescia addosso.

Non sono sogni da esaltati, ma costituiscono qualcosa di molto radicato fra la gente. Che poi queste attese siano misoneiste o, peggio, in fondo in fondo antiliberali e antidemocratiche poco importa. C’è un atavico bisogno di individuare un nemico, puntualmente nell’altro, vicino o lontano, importa ancor meno. E quale migliore occasione di una pandemia per rinculare su opzioni retrograde e impraticabili? Non vale nemmeno la pena confutarle. A proposito di Europa poi se ne sentono ancora di più fantasiose.

Oggi pare che tutto il male provenga dalla Germania e dalla Francia, come se fosse possibile un’Europa senza questi paesi, come di un qualsiasi altro paese dell’Unione. Il confronto e il dialogo anche aspro e senza infingimenti, una modalità tutta made in Europa, dovrebbe fare luogo a pregiudizi e chiusure insensate e pericolose, solo per soddisfare l’irreprimibile esigenza di vivere con la clava dell’isolazionismo e del separatismo, perché tutti gli altri sono colpevoli o responsabili, noi esclusi. Che ne sarà di noi dopo?

Puntare a un diverso modo di vivere e pensare sarà necessario, oltre che salutare. Ma attenti a non essere costretti a ripetere fra qualche tempo un adagio del Barbiere di Siviglia: c’è molto di buono e molto di nuovo, ma ciò che è buono non è nuovo e ciò che è nuovo non è buono.