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“Il catalogo è questo!” di Enrico Esposito

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di Enrico Esposito

Vi ricordate Leporello che fornisce il catalogo delle conquiste amorose di don Giovanni: Madamina, il catalogo è questo! Non c’era niente da aggiungere, in quanto solo lui sapeva quello che faceva il suo padrone. Così forse vorrebbe fare la presidente della Regione Calabria per i dati su contagi, tamponi e purtroppo decessi per coronavirus.

Pare che la decisione di fornire notizie avocata alla sola regione sia dovuta all’esigenza di unificare le fonti d’informazione sulla pandemia e dare così notizie certe e definitive. Ma anche messa così, si tratta di una decisione discutibile. Lasciando da parte il sospetto che sia dovuta ad una certa mentalità non proprio  liberale e democratica, in ogni caso il lavoro giornalistico ne esce fortemente ridimensionato. Certo, fra gli stessi giornalisti non ci si può nascondere che ad alcuni piaccia l’alzata d’ingegno della presidente calabrese.

Ma si tratta di giornalisti che vanno in sollucchero quando possono pubblicare comunicati ufficiali, senza commento e senza approfondimento. Un tempo venivano chiamati velinari, usi a pubblicar tacendo quello che l’autorità politica gradisce e sollecita. Forse è esagerato, ma nel ’34 il fascismo emanò un decalogo sulla stampa concepito proprio per far apparire sui giornali solo quanto gradito al regime. Paragone azzardato? Forse, ma non tanto. In ogni modo il giornalista non è colui che conosce la verità dei fatti e la fa conoscere ad altri. Se lavora da professionista dell’informazione è consapevole che la verità ama nascondersi, secondo l’antica filosofia greca, e che per questo bisogna scavare a fondo per portarla alla luce.

Da qui nasce il giornalista, dal lavoro di approfondimento e scavo dei dati ufficiali. A questo punto conviene fare un esempio storico. Se si ha la pazienza di leggere i rapporti dei prefetti calabresi di fine ottocento, ci si accorge che quei funzionari molti fatti sgraditi al governo li presentavano in forma edulcorata e addomesticata, per poi concludere immancabilmente che con l’intervento dei solerti esecutori delle direttive nazionali tutto era a posto che lo spirito pubblico, così si diceva allora, non dava alcuna preoccupazione alle autorità. Lo storico invece ha dimostrato che così non era. E che c’entra lo storico con il giornalista? C’entra e come! Prendiamo un celebre film di due anni fa, dal titolo “Post”, interpretato da Tom Hanks e Merryl Streep. La proprietaria del giornale di Washington ricorda che suo marito le diceva sempre che la notizia è la prima bozza della storia. In breve, il lavoro giornalistico può costituire domani una fonte storica spesso insostituibile.

E alla fine del film la conclusione è lapidaria: la stampa è per i governati non per i governanti. Il solo padrone del giornalista è il suo lettore. Per cui, al di là dei desiderata della presidente della regione, il giornalista non potrà mai imporsi di rinunciare a verificare la notizia lanciata dai canali ufficiali. Il suo lavoro è questo: consultare e utilizzare più fonti e confrontarle per ottenere quella che viene chiamata completezza d’informazione. E nel far questo, con senso della misura e correttezza professionale, non è nemmeno tenuto a rivelare da dove e da chi ha avuto la notizia pubblicata. Pertanto la presidente faccia il suo lavoro, il giornalista farà il proprio, girando per ospedali, questure, caserme di carabinieri e finanza, e così via. Senza limitazioni e senza condizionamenti.  Altrimenti qualcuno potrebbe evocare il Minculpop e non sarebbe onorevole per nessuno.

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