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“Il solito ricatto” di Enrico Esposito

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di Enrico Esposito

Chi sperava che la fase 2 della pandemia avrebbe indotto cambiamenti nella mentalità e nei comportamenti è destinato ad essere deluso. Il mondo imprenditoriale non dimentica l’attitudine ad invocare aiuti dallo Stato per riaprire le attività e riavviare il motore dell’economia.

Il ricatto è sempre quello: la gente deve lavorare. Così tutto è consentito: chi può mai resistere ad una sollecitazione tanto forte? Non ci rende conto che con il ricatto del lavoro, presentato come giusta causa, si perpetua il solito, vieto gioco degli imprenditori per riprendere in mano la carta bianca dello sfruttamento dell’ambiente e dei lavoratori. Tutto si può fare pur di creare posti di lavoro. Un gioco perverso, più volte sperimentato, senza che ne sia mai stata tratta alcuna lezione per il futuro. Si prenda ad esempio quanto si verificò nel 1973, con il colera a Napoli.

Lo splendido golfo partenopeo divenne impraticabile e invivibile. E quasi tutta la Campania a frotte numerose e festanti si riversò in Calabria, per poter andare al mare. Com’era inevitabile, la Calabria nordoccidentale ne pagò le conseguenze. Il suo territorio, un tempo fertile campagna, popolata di cedri e uliveti, divenne un immenso cantiere edile per le seconde case. Furono abbattute cedriere e sbancati terreni pianeggianti o precollinari per costruire bugigattoli chiamati pomposamente case-vacanza.

Anche il tessuto sociale subì mutazioni non trascurabili. I campani erano ben accetti? Non tanto, se i muri dei paesi della riviera venivano tappezzati di odiosi manifesti che intimavano di non fittare ai napoletani. A questo faceva riscontro la giustificazione solita e altrettanta odiosa: s’è fatto bene a devastare un intero territorio, bisognava creare lavoro. E siamo arrivati ad oggi, dal colera siamo passati al Covid-19. Oggi l’imperativo ricorrente è la salute. Ma per le attività economiche basate essenzialmente sul turismo qualcosa è cambiato, eccome!

Dal 1973 ad oggi l’economia calabrese, specie nell’alto Tirreno, ha trovato nel turismo una fonte di reddito considerevole, nonostante i mugugni e le rimostranze contro un turismo segnato da comportamenti non del tutto irreprensibili. Anche oggi però si grida alla necessità di riaprire tutto, perché la gente deve lavorare. Ma c’è una variante: se continua il blocco dei trasferimenti da una regione all’altra, verrà a mancare nell’estate imminente l’elemento umano necessario a far fruttare al meglio l’attività turistica. E’ facile prevedere che con i soli nativi altotirrenici non si avranno gli introiti degli anni passati.

Ma questo, stranamente, non interessa più di tanto. Si vuole solo riaprire lidi e stabilimenti, poi si vedrà. Le ordinanze regionali tacciono, per ora, su questo fronte. Ma non c’è poi tanto tempo per trovare soluzioni adeguate a tale problema. Tutelare la salute è necessario quanto far lavorare gli operatori turistici e rivitalizzare l’indotto, specie a livello commerciale. Due finalità che appare difficile armonizzare. Si richiede un lavoro (sic!) comune per ricercare soluzioni originali. L’unica certezza è che, ieri come oggi, la soluzione viene dal nord più vicino, non tanto da quello padano. Non è un danno in prospettiva, ma questa pandemia poteva servire a riqualificare un tipo di turismo non gradito per un altro, alternativo, inutilmente agognato nel corso di oltre un quarantennio.

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