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“L’età del dubbio” di Enrico Esposito

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di Enrico Esposito

Stiamo vivendo un periodo così tempestoso che costringe a mettere in dubbio certezze nel tempo consolidate. La pandemia avrebbe dovuto indurre a fondare nuovi valori, in antitesi a quelli che la società postmoderna presentava come insostituibili e duraturi.

Così non sembra accadere. Si dubita di tutto, ma si è incapaci di creare valori alternativi. Già l’aveva previsto Zygmunt Bauman quando invitava venti anni fa ad abbandonare ogni pretesa o speranza di totalità, perché saremmo entrati nel mondo della modernità liquida. Un mondo dove nessuna idea si consolida e tutto resta liquido e inafferrabile sul piano dei valori. Un mondo che avrebbe imposto scelte radicali e responsabilità ineludibili.

Ma si è reagito nella maniera peggiore, accordando colpevole preferenza alla distruzione dei valori di un tempo, senza crearne altri. In questo quadro hanno trovato spazio incontrastato il rigetto e la banalizzazione di saperi e competenze a lungo riguardati come definitivi e insostituibili. E tale furia destruens, diffusa sul piano mondiale dai social e da altri mezzi di comunicazione a forte tasso di pervasività, è stata presentata come una nuova età, quella del dubbio appunto.

Niente di più ingannevole. Il dubbio è l’anticamera di nuove acquisizioni sul piano della conoscenza, a condizione che non sia agitato strumentalmente, con il malcelato intento di occultare talune incapacità endemiche. Molto ha contribuito, se ci riferiamo all’Italia senza dimenticare l’Europa, la dominanza di un ceto politico anemico e votato per questo all’inettitudine. Oggi, in piena crisi planetaria attraversata dalla pandemia, sarebbe stata necessaria una classe politica autorevole e, perché tale, capace di governare la liquidità denunciata da Bauman.

In mancanza s’è creato per tutti un terreno vischioso in cui l’humus prevalente è quello dell’indecisione e dell’inadeguatezza. Gli italiani hanno vissuto periodi di crisi politica forse peggiori di quello che stiamo attraversando, ma la classe politica di allora seppe reagire puntando sull’autorevolezza dei suoi elementi migliori. Uno di questi, Aldo Moro, facendo forza sulla sua innata mitezza, esclamò in Parlamento: “Non ci faremo processare!” e così fu, pur essendoci più di un motivo per invocare giustizia sommaria e riparatrice.

Oggi non si vede chi potrebbe adottare comportamenti simili. E allora ci si rifugia nei tecnicismi decretorii, che solo la situazione emergenziale di questi giorni impone di accettare. Ma fino a che si rimane al di qua del fiume, è inutile dire che siamo tutti nella stessa barca, se la barca rimane ferma sulla riva.

E’ una corrente tempestosa, ma proprio per questo si richiedono rematori audaci e consapevoli. Affidarsi soltanto al timoniere, anche in casi eccezionali, è un rischio per la già indebolita democrazia italiana.

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