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“Per un’Italia libera” di Enrico Esposito

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di Enrico Esposito

Il 25 aprile 1945 l’Italia ritorna libera. La Resistenza come secondo risorgimento è la migliore definizione della lotta partigiana contro i nazisti invasori e i fascisti italiani servi volontari dello straniero. Se si leggono le lettere dei condannati a morte della Resistenza si vedrà che ricorre spesso la parola “Patria”. E non è un caso, perché in quelle battaglie per la libertà, il primo pensiero era appunto di liberare la patria e restituirle la sua indipendenza, come nel primo risorgimento. Leggiamone alcune. Giordano Cavestro di Parma, appena diciottenne fucilato il 4 maggio 1944: “Cari compagni, ora tocca a noi. Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia. Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia, che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care. Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.”

Amerigo Duò, 21 anni, meccanico di Villanova di Rovigo, fucilato il 25 gennaio 1945 a Torino: “Amici cari, Il mio ultimo desiderio che vi esprimo è di farvi coraggio e di non piangere; se voi mi vedeste in questo momento sembra che io vada ad uno sposalizio, dunque coraggio, combattete per un’idea sola, Italia libera. Ricordate che io non muoio da delinquente ma da Patriota e io muoio per la Patria e per il benessere di tutti, dunque chi si sente continui la mia lotta, la lotta per la comunità. Io sono stato condannato alla fucilazione alla schiena per appartenenza a bande armate cittadine, ma non hanno avuto alcuna prova contro di me. Un caro abbraccio a tutti. Coraggio. Viva Italia libera!”

Costanzo Ebat, 33 anni, tenente d’artiglieria, fucilato 3 giugno 1944 a Forte Boccea, Roma: “Mario, piccolo mio Ninì, come vedi il tuo papalino se ne va senza poterti parlare come vorrebbe, ma ti scrive ancora una volta, una letterina solo per te, come sempre tu mi chiedevi. Il mio sogno era quello di vederti crescere, di istruirti; ma tutto è perduto; ti è rimasto il mio esempio e tu ne sono certo, saprai calcare questa orma di onestà e lealtà. Ma soprattutto ama e abbi fede nella Patria. Ad essa anteponi tutti gli affetti e se ti chiede la vita offrigliela cantando. Sentirai allora, come io lo sento adesso, quanto è bello morire per lei e che la morte ha un effettivo valore.”

Pedro Ferreira, 23, ufficiale dell’esercito, di Genova, fucilato il 23 gennaio 1945 a Torino, scrive ai genitori e ai fratelli esortandoli a reagire e a non cedere al dolore: “Maggiore sarà la possibilità di reazione al dolore se penserete che il vostro figlio e fratello è morto come i fratelli Bandiera, Ciro Menotti, Oberdan e Battisti colla fronte rivolta verso il sole ove attinse sempre forza e calore: è morto per la Patria alla quale ha dedicato tutta la sua vita: è morto per l’onore perché non ha mai tradito il suo giuramento, è morto per la libertà e la giustizia che trionferanno un giorno quando sarà passata questa bufera.”

Luciano Parolin, 23 anni, insegnante di Tramonti di Sopra, Udine, fucilato l’11 febbraio 1945 vicino al cimitero di Udine: “Carissima mamma, abbi fede come sempre l’hai avuta e pensa con orgoglio a me perché ho fatto il mio dovere e faccio l’ultimo sacrificio per la Patria, per i santi ideali della verità, della libertà e della civiltà”.

Si potrebbe continuare. Ma resta lo spazio per invitare a leggere per intero queste e altre lettere, per non dimenticare quanto rivendichiamo a ragione le nostre libertà quanti sacrifici sono costate a chi ci ha preceduto.

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