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“Saremo come siamo” di Enrico Esposito

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di Enrico Esposito

Si va diffondendo un profondo senso di delusione, in questa tormentata fase due della pandemia. All’inizio la speranza di tutti era che, debellato il virus, ci saremmo ritrovati diversi, cambiati in meglio. Invece con il covid-19 ancora attivo, il dubbio che non sia proprio così si va insinuando nella mente di tanti. Era un’illusione allora quella che ci portava a credere nella possibile nascita di un uomo nuovo?

Avevamo dimenticato che l’uomo nuovo è l’attesa delusa di diverse epoche storiche. Alla fine di ogni guerra, si è detto che un’era di pace stava incominciando. Intanto si approntavano nuove armi: non si sa mai! Superata una carestia, ci si augurava che mai più nel mondo si sarebbe patita la fame. Andò diversamente e ci siamo scoperti ancora lontani dall’addio alle armi e con meno risorse per nutrirci. Nasce il sospetto che certe proposizioni dichiarative hanno un vizio di fondo. Non che pecchino di ottimismo, ma rivelano che spesso il pensiero che pretende di costruire una nuova realtà va a confliggere con vizi capitali oscuri, che un giorno gli psicologi ci spiegheranno. Quando, per esempio, Nietzsche invitava ad essere quel che siamo coltivava la certezza che, coscienti delle nostre potenzialità saremmo diventati migliori.

E quando nell’antichità si contrapponeva all’homo homini lupus l’homo homini deus prevaleva la visione umanistica dell’uomo al centro di tutte le cose e capace di emendarsi con le sue virtù innate. Oggi siamo più smaliziati e probabilmente più attrezzati. L’antico adagio, conosci te stesso, abbiamo appreso che può contenere insidie di ogni tipo. E se mi scopro carico di odio, è sicuro che questa scoperta non mi piaccia? E basterà mai un virus, per quanto pernicioso e letale, a farmi cambiare? Le parole sono pietre, ci è stato insegnato, ma non ci siamo preoccupati che potessero diventare anche spade affilate e attirate dal sangue, come da una calamita. Word is sword, dicono gli inglesi, ai quali basta aggiungere una sibilante per richiamare tutti alla realtà.

Quello che sta succedendo, il pensiero che si fa parola; il pensiero che crea la realtà con le parole che non mancano quando devono vomitare con odio offese gratuite, insulti costruiti su falsi sillogismi. Si parte da una premessa falsa, per registrare un dato di fatto e arrivare a conclusioni altrettanto false. Un esempio: i volontari sono tutti ipocriti, Silvia è una volontaria, Silvia è ipocrita. E l’odio, se ne avesse bisogno, si autogiustifica e pretende una sua legittimazione. Vorremmo essere certi che non arriverà. Ci sono degli anticorpi, dei vaccini contro l’odio sociale, comunque si presenti. La religione è uno di questi o può esserlo. A condizione che si accetti una buona volta l’idea che l’Essere Supremo, con qualsivoglia nome lo si designi, non può essere invocato contro i nostri simili, a meno che non si pretenda che il padre divori, come nei miti antichi, le sue stesse creature. Siamo ancora molto lontani da questo traguardo.

Ma per tale scopo bisogna che si esplichi l’impegno di tutti. Essere migliori, alla fine, significa impegnarsi a diventare migliori. Un modo sarebbe quello di smerigliare la rogna dei pregiudizi, terreno di coltura dell’odio. E’ tempo di sospingere indietro il tersitismo che da tempo ci affligge, per cui non si perdona nessuna buona azione, ma si pretende di sapere quanto ci si guadagna, quanto costa alla comunità, se non si prova piacere a subire violenza e altre assurdità. Ce la faremo?

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