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Diario Spagnolo :: PAIS VASCO: PRIMA PARTE, SARAGOZZA-PAMPLONA.

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di Maurizio Malomo

DIARIO SPAGNOLO :: 02/03/2009 :: È solo uno scherzo tra ragazzi, le solite battute, le solite spiritosaggini. Il problema è che io dicevo sul serio, proponendo un tour in macchina per il nord della Spagna. La mia idea, ancora una volta, doveva trovare conferma ad intervalli di dieci minuti l’uno. “Ma a proposito di quel viaggio, dicevi sul serio?” e passano altri dieci minuti; “ma, quella cosa che hai detto prima? Guarda che non è male” e via altri dieci.

Insomma, per farla breve e per non essere prolisso, anche perché c’è tanto da raccontare e sicuramente più rilevante di queste indecisioni, finalmente mi trovo davanti alla signorina che noleggia le auto. Mi chiede patente di guida. Prego. Mi chiede carta d’identità. Prego. Mi chiede se so dove si trova la macchina. No. Me lo spiega alla velocità di un’autovelox, come una macchina abituata ad agire sempre allo stesso modo; lei inizia il suo monologo “Andiamo all’ascensore…” perché, viene anche lei? Non lo sapevo! “…arriviamo al parcheggio…” fortunatamente ero accompagnato da una ragazza spagnola, che ha notato che non ha detto solo “parcheggio”, ma anche “due”, per cui “parcheggio numero due”. Dopodiché, praticamente sia lei che spiegava, sia io, guardavamo la mia accompagnatrice. Speriamo bene! Ce l’abbiamo fatta. Tutto ok, mi metto in macchina e torno a casa. C’è un piccolo particolare che ho dimenticato. Tutto ciò accade a Saragozza, in cui sono arrivato stamane in aereo e di cui, soprattutto, non conosco le strade. Ancora una volta lei: la mia accompagnatrice. Lei avanti con la sua macchina, io dietro con il mio noleggio. Lungo le strade di questa fredda città, con un vento che sbuffa parecchio e con tanta forza, parte dalla radio un’introduzione a me, a noi Italiani, molto familiare. Il ritornello faceva “Busco un centro de gravidad permanente…”, il mitico Battiato versione spagnola. Volume al massimo, le luci di Saragozza che trafiggono il mio parabrezza e la comodità di una macchina, che dà senso di libertà, accelera quando voglio io e frena quando voglio io. Ecco un semaforo. Devo frenare! Insomma, arrivo sotto casa e non si può dire che non sia sensazionale l’adrenalina che sento lungo il mio corpo, per la partenza di domattina. Siamo in due, eravamo in tanti, ma il freddo ha fregato tutti e siamo rimasti in due. Bene, pochi ma malaticci. Ho un raffreddore ed un mal di gola che non mi fanno godere pienamente questa storiella. Ma ce la metterò tutta. Mi sto spruzzando in gola di tutto, prendo pastiglie e caramelle soltanto per non sentire il dolore. Da domani, però, basta, sicuramente sarà la strada, gli alberi che scorrono, le linee tratteggiate che con la velocità si ammorbidiscono ad una sola, che mi solleveranno il morale, e, speriamo, anche la salute. Io prevedevo la partenza per le 8: “muy temprano” (prestissimo) dice Nicolas, sbuffando e sorridendo e proponendo un “a las nueves? Que crees?” (alle nove? Che ne dici?). Ok. Nicolas è un ragazzo Argentino che lavora in Spagna, sarà lui il mio accompagnatore in questo viaggio. Dice che ha “gana de viajar, conocer, seguir la ruta!” (voglia di viaggiare, conoscere, seguire la strada!). Non riesco ad immaginarlo parlare in Italiano, è per questo che riporto le sue parole in Spagnolo, ma soprattutto, perché, forse in questo ci troviamo, noto che viaggiare, per lui, vuol dire raccontarsi e raccontare. “Seguiamo la strada” gli rispondo. Non facciamo nient’altro che metterci in macchina e andare. Niente di che, ma chissà cosa produrranno le nostre teste, non sarà una semplice mescolanza di direzioni che ci farà ritrovare nella città che desideriamo. È un qualcosa di diverso, ma non so e non potrei spiegarlo con le parole. O lo si vive, o va bene anche un sorriso quando il viaggio inizia…domani! Ed eccoci a domani. Direzione Pamplona: prima di ritrovarsi sulla autovia (così si chiama una strada che, a quanto ho capito, sta tra la nostra SS e la nostra Autostrada), bisognerebbe, però, uscire da Saragozza, ed il problema, adesso, è questo, visto che stiamo girovagando beccandoci clacsonate a non finire, per i repentini cambiamenti di direzione che facciamo con la macchina. “Di qua”, “no, vai di là”, “ecco ecco, questa è…no! Vai a sinistra!”. Ovviamente viene subito da pensare che sarebbe il caso di munirsi di una mappa. Ce l’abbiamo, ma è del pais vasco e Saragozza viene solo segnalata con una freccia che indica oltre il bordo della cartina stessa. Tra una controsterzata e l’altra riusciamo a trovare la strada giusta, entrambi esultiamo e non ci resta che aspettare che il tempo, le ruote ed il motore di questa macchina, ci portino a Pamplona. Abbiamo stabilito che proseguiremo per Vitoria, poi Bilbao e poi San Sebastian. Più o meno questo è stato il tragitto, ma ci saranno diversi cambiamenti di programma che renderanno (lo hanno reso!) tutto più coinvolgente ed emozionante. La strada scorre, ed il calore nell’abitacolo è comodo e rilassante, la radio balbetta qualcosa per la frequenza che va e viene. Nicolas ha già in mano la macchina fotografica, mentre guido lui cerca di strappare qualcosa di bello che fluisce attorno a noi,  e notiamo, entrambi, che c’è solo campagna e che c’è una vera e propria invasione di mulini a vento. Oggi vengono chiamate pale eoliche, ma è praticamente lo stesso. Mi aspetto Don Chisciotte che attraversa la strada puntando uno di questi mulini. Nicolas dice che se dovesse passare dobbiamo stare attenti a Sancho Panza, che è ben piazzato. Ovviamente ridiamo, e la distesa di verde continua, poco traffico ed un debole sole che punge sugli occhi
. Dopo circa due ore di viaggio Pamplona dovrebbe essere vicina, i cartelli stradali cominciano ad informare che mancano pochi chilometri per entrare in città. La frequenza radio della città in cui stiamo per arrivare, trasmette una notizia che riguarda una inondazione in atto nel centro cittadino. Bene! Ci guardiamo e commentiamo che, come benvenuto, non è rassicurante. In men che non si dica un cartello sulla nostra destra ha su scritto PAMPLONA. Eccoci qua, seguiamo le direzioni per il centro. I parcheggi non è che siano proprio tanti, anzi, non ce ne sono proprio, più ci si avvicina alla parte più antica della città, più i marciapiedi tendono a scomparire, nascosti dalle carrozzerie delle auto. Una P bianca con fondo blu suggerisce un parcheggio a pagamento, non esito a sterzare e seguire la discesa che termina con un’asta che si solleva solo dopo aver ritirato il biglietto. Ci siamo. Con i nostri piedi, siamo in uno dei posti più famosi, se non il più famoso, per la mania dei giochi taurini. Qui la famosissima fiera di San Firmin, nella quale si lasciano correre i tori per le vie della città, viene svolta ogni anno. Girovaghiamo un po’, fotografo il Consolato Italiano di Pamplona e vedo una stradina, in cui, nel fondo, si raggruppano un po’ di persone. La curiosità mi pizzica, così vado a vedere un po’ che si dice da quelle parti. Dicono sia la strada principale, il posto in cui ci troviamo è la curva in cui, durante la suddetta fiera, i tori scivolano dalla troppa velocità accumulata nella corsa. A confermare la onorabilità di questo posto, c’è un manichino di un toro, ad altezza umana ed in piedi sulle zampe posteriori e con le zampe anteriori incrociate, che immobile sorveglia la curva digrignando i denti. Scatto una foto con lui simpaticamente…meglio tenerselo buono! La Taconera è un belvedere che ci consigliano di visitare. La radio aveva ragione: da lì vediamo tutta una parte della città completamente inondata. Molti spettatori, come noi, commentano ciò che vedono, un ciclista si ferma attonito e, posando un piede per terra, si lascia scivolare dalla bocca un’imprecazione. Camminiamo lungo questa muraglia appesa ad una collina e, tra una stradina e l’altra, ci ritroviamo nello stesso punto di partenza. Sembrano siano passate più di tre ore, infatti è così. Un altro giretto nelle vicinanze del centro e ci ritroviamo, nuovamente, nel parcheggio in cui la nostra macchina si riposava. La macchina fotografica è già farcita di nuove foto, mentre mi divincolo nel traffico di Pamplona, Nicolas le scorre sul display e non sembra molto soddisfatto della città. Una città storica, sicuramente interessante di primo acchito, ma ha un che di antico e grigio che non è molto elettrizzante. Ne approfittiamo per percorrere anche le zone adiacenti al centro, ma altro non sono che palazzi e strade coperte dal traffico. Ci eravamo informati bene, visto che non ci hanno consigliato di rimanere troppo tempo a Pamplona, perché in pochissime ore si può tranquillamente visitarla. Infatti abbiamo seguito il consiglio e siamo abbastanza fieri di avere ancora del tempo per visitare la prossima città, che già spunta su alcuni cartelli stradali: Vitoria. Il campanile della chiesa del centro storico si allontana, lentamente, nel retrovisore, le strade con la pavimentazione in pietra segnano delle linee circondando i palazzi sempre più piccoli, visti da lontano. La città inizia a perdere costruzioni e cemento, e l’unico paesaggio che adesso vediamo è una lunga strada e delle timide campagne, che occupano il panorama man mano che ci allontaniamo dalla città. Una biforcazione ci lascia scegliere, ma noi già abbiamo deciso. “Vitoria…a destra!”. Arriviamo. (continua)

maurizio.malomo@email.it

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