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Santa Maria del Cedro (Cs) :: La nuova DISCARICA nel Comune, di cosa si tratta?

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SANTA MARIA DEL CEDRO :: 07/09/2008 :: Durante questo caldo Agosto, come ogni anno caratterizzato da brutte notizie sul fronte ambientale, la popolazione di Santa Maria del Cedro è stata interessata da un animato dibattito riguardante la possibilità, concretizzata dall’amministrazione comunale attraverso l’approvazione di un progetto definitivo, di costruzione di un nuovo fronte di discarica a ridosso dell’esistente e di realizzazione di un impianto di produzione di CDR, nell’area antistante la vecchia cava lungo il Fiume Abatemarco.

La popolazione, forse provata da quanto successo in questi ultimi anni in Campania, è risultata molto sensibile all’argomento e si è mobilitata per poterci “vedere chiaro”. Nei dibattiti cittadini si è parlato di tutto: di danno ambientale, di cattivi odori che si possono generare e, addirittura, di rischio di malattie. Ora che la bufera sembra placata e gli animi sembrano essersi tranquillizzati, proviamo a vedere il tutto da un’ottica più scientifico-tecnologica, forse più fredda ma sicuramente più rispondente alla realtà dei fatti: concentriamoci sull’impianto di produzione di CDR. Il CDR è l’acronimo di “Combustibile Derivato da Rifiuti”, ovvero un materiale che è possibile utilizzare per alimentare un processo di produzione di energia. Il CDR è il risultato di un processo produttivo di tipo industriale che ha come materia prima i rifiuti solidi urbani (RSU), differenziati o indifferenziati e come prodotto finale delle “ecoballe”, ovvero ammassi di rifiuti trattati, pronti per essere bruciati e, quindi, generare energia. Le fasi fondamentali del processo, abbastanza complesso, sono quattro: triturazione, essiccazione, differenziazione e imballaggio. La triturazione prevede la riduzione dimensionale dei componenti dei rifiuti. L’essiccazione, vero cuore del processo, permette la degradazione della sostanza organica all’interno di biocelle areate che riduce il quantitativo d’acqua con conseguente innalzamento del potere calorifero del rifiuto, ovvero l’aumento della quantità di energia prodotta a parità di peso di sostanza bruciata. La differenziazione serve per eliminare dall’ammasso essiccato le parti non combustibili, ovvero le frazioni ferrose, attraverso una grande calamita elettromagnetica e le altre frazioni pesanti (quali ad esempio le matrici vetrose) attraverso un separatore balistico. L’imballaggio, ovvero la formazione delle ecoballe, prevede la compattazione e la chiusura in teli impermeabili del materiale utile per la combustione, che, in una fase successiva, sarà avviato alla termovalorizzazione. I residui di processo sono rappresentati essenzialmente da vapore acqueo, percolato, ammasso ferroso e scarto. I primi due si formano nella fase di essiccazione e vengono trattati adeguatamente (con biofiltri e l’emissione in atmosfera per il vapore acqueo, lo stoccaggio e il successivo avviamento a smaltimento per il percolato), l’ammasso ferroso viene stoccato e, eventualmente, avviato al riciclo; infine lo scarto (in media circa il 28 % dell’RSU indifferenziato) si avvia a stoccaggio in discarica. Ogni fase del processo produttivo viene adeguatamente monitorata (con sensori e trasmissione in remoto tramite modem) per permettere il continuo controllo e, quindi, la produzione di un CDR di qualità, che vale di più in termini di energia prodotta e, quindi, anche di introiti economici. Con questo tipo di impianti, l’interesse economico va a braccetto con quello ambientale visto che quanto più il processo è ottimizzato, tanto migliore è il CDR; minore è la quantità dei prodotti di scarto (e di conseguenza minore è l’impatto ambientale) e maggiore è la resa economica per l’azienda. Il problema dei cattivi odori si può manifestare in tre parti del processo che vengono affrontate come delle criticità degne di maggior attenzione: allo stoccaggio iniziale, durante l’essiccazione e nel periodo di stoccaggio delle ecoballe. Il problema dello stoccaggio iniziale si risolve permettendo ai camion di scaricare il contenuto all’interno di capannoni messi in depressione e prevedendo la presenza di biofiltri per le cappe di aspirazione. Il problema dell’essiccazione si risolve allo stesso modo, captando l’aria del processo e rimettendola in atmosfera solo dopo l’attraversamento dei biofiltri. Il problema dei cattivi odori nell’area di stoccaggio delle ecoballe si può verificare in pochissimi casi e si risolve agevolmente con lo spargimento di sostanze assorbenti. Dopo questa, forse, noiosa elencazione di procedure tecniche si può affermare che la produzione di CDR, come trattamento dei rifiuti, presenta le sue criticità che, però, sono di  gran lunga inferiori rispetto a quelle che ci sarebbero se i rifiuti fossero smaltiti direttamente in discarica (cosa che per altro la legge, D.L.vo 152/06 – Codice dell’Ambiente –  non permette). Come processo industriale, inoltre, è caratterizzato da tecnologie collaudate da decenni di studi, sperimentazioni in impianti pilota e impianti reali e che, come tutti i processi industriali, non crea problemi se viene eseguita la necessaria manutenzione ordinaria e straordinaria alle macchine (ad es. la sostituzione dei biofiltri per evitare la diffusione dei cattivi odori) seguente ad un accurato monitoraggio ambientale e di processo. Quest’ultimo aspetto dovrà essere curato nei dettagli e, una volta realizzato l’impianto, dovrà diventare una priorità dell’amministrazione comunale, che avrà anche le possibilità economica di porlo in essere grazie all’enorme risparmio (quantificabile in circa il 40%) sulle spese attuali di smaltimento degli RSU.

Giuseppe Maradei

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